Il progetto consiste nella ricerca di un’alternativa ad una possibile assenza di futuro per l’area che ha ospitato l’esposizione universale. La posizione particolare del sito, in uno sguardo alla città non necessariamente radiocentrico, rappresenta il punto d’incontro di due sistemi a larga scala. Entrambi sono da tempo teorizzati e riconosciuti, ma trovano difficile riscontro pratico nella progettazione urbana degli ultimi decenni. Il primo sistema territoriale è quello dei verdi: sviluppandosi da nord a sud in modo sempre più sincopato verso la città, rappresenta una ricchezza da ripensare e proteggere per il territorio della città metropolitana. Il secondo è quello della città trasversale che unisce i due principali aeroporti di Malpensa e Orio al Serio; un sistema che si sovrappone, in una sorta di layering, alla già consolidata Milano radiocentrica, aumentandone la scala e la ricchezza. Quest’ultima è la città diffusa che individua contesti urbani vitali e produttivi, ma la quale difficilmente trova una progettazione sistematica, risultando così una sorta di collage di frammenti urbani. Il progetto, che mira ad inserirsi in questa visione, diventa la possibilità per provare ad invertire il funzionamento urbano attuale dell’area. Dai centrali Cardo e Decumano che hanno per sei mesi accolto la vita dell’esposizione, ad un sistema che fa del bordo dell’area un’occasione di urbanità e non piu’ un retro. All’atteggiamento progettuale di “inversione” di un sistema, si affianca una chiarezza compositiva nel suddividere l’area in due strategie differenti. Da un lato una possibile rinaturalizzazione con masse verdi in sequenza, dall’altra immaginando un sistema fortemente urbanizzato e denso. La difficile condizione economica del mercato immobiliare e l’assenza di strategie per il riuso dell’area dedicata all’Expo 2015, sono stati elementi aggiunti per la strutturazione del progetto.Il risultato a cui si è puntato è quello di un mix di spazi aperti, verdi e urbanità dense, dal carattere alcune volte urbano, altre rurale. Se l’area periurbana in cui si colloca il progetto può essere vista come un arcipelago di corpi isolati, divisi e distaccati da infrastrutture a grande scala, il progetto parte da questa condizione di potenziale isolamento, per sviluppare un esperimento all’interno dell’ex area Expo, che possa funzionare a sistema con gli altri centri urbani limitrofi. Affrontando in questo contesto il progetto di uno stadio, si è scelto di pensare al grande edificio non tanto come una macchina isolata funzionante a prescindere dal contesto in cui si inserisce, ma come centralità per la vita pubblica all’interno della trasformazione dell’area stessa. La decisione di lavorare con una riduzione di scala del dispositivo ha permesso di inquadrarlo in una sequenza di spazi e luoghi pubblici che articolano l’intera parte costruita e ne forniscono l’ossatura per uno sviluppo più orizzontale e flessibile. Grazie a questo sistema di funzioni pubbliche in sequenza, è stato possibile ipotizzare la rimanente parte dell’area costruita come una serie di “stanze urbane”, mediante piccole regole e principi insediativi che ne consentono un margine di indeterminatezza. Lo stadio è pensato come una superificie incorniciata da un doppio muro, portando così all’estremo la scenografia contemporanea, che permette da un lato la possibilità di svolgimento di una serie di performances ed eventi e dall’altro di essere vissuto come luogo per la collettività. Il doppio muro “arredato” si trasforma nella membrana di separazione tra interno ed esterno, macchina essenziale ed attrezzata con strumenti volti ad assecondare il carattere effimero della odierna cultura del grande evento.
Decolonize Expo
PETROLO, SALVATORE;SPREAFICO, SIMONE;SOMMACAL, VANESSA
2014/2015
Abstract
Il progetto consiste nella ricerca di un’alternativa ad una possibile assenza di futuro per l’area che ha ospitato l’esposizione universale. La posizione particolare del sito, in uno sguardo alla città non necessariamente radiocentrico, rappresenta il punto d’incontro di due sistemi a larga scala. Entrambi sono da tempo teorizzati e riconosciuti, ma trovano difficile riscontro pratico nella progettazione urbana degli ultimi decenni. Il primo sistema territoriale è quello dei verdi: sviluppandosi da nord a sud in modo sempre più sincopato verso la città, rappresenta una ricchezza da ripensare e proteggere per il territorio della città metropolitana. Il secondo è quello della città trasversale che unisce i due principali aeroporti di Malpensa e Orio al Serio; un sistema che si sovrappone, in una sorta di layering, alla già consolidata Milano radiocentrica, aumentandone la scala e la ricchezza. Quest’ultima è la città diffusa che individua contesti urbani vitali e produttivi, ma la quale difficilmente trova una progettazione sistematica, risultando così una sorta di collage di frammenti urbani. Il progetto, che mira ad inserirsi in questa visione, diventa la possibilità per provare ad invertire il funzionamento urbano attuale dell’area. Dai centrali Cardo e Decumano che hanno per sei mesi accolto la vita dell’esposizione, ad un sistema che fa del bordo dell’area un’occasione di urbanità e non piu’ un retro. All’atteggiamento progettuale di “inversione” di un sistema, si affianca una chiarezza compositiva nel suddividere l’area in due strategie differenti. Da un lato una possibile rinaturalizzazione con masse verdi in sequenza, dall’altra immaginando un sistema fortemente urbanizzato e denso. La difficile condizione economica del mercato immobiliare e l’assenza di strategie per il riuso dell’area dedicata all’Expo 2015, sono stati elementi aggiunti per la strutturazione del progetto.Il risultato a cui si è puntato è quello di un mix di spazi aperti, verdi e urbanità dense, dal carattere alcune volte urbano, altre rurale. Se l’area periurbana in cui si colloca il progetto può essere vista come un arcipelago di corpi isolati, divisi e distaccati da infrastrutture a grande scala, il progetto parte da questa condizione di potenziale isolamento, per sviluppare un esperimento all’interno dell’ex area Expo, che possa funzionare a sistema con gli altri centri urbani limitrofi. Affrontando in questo contesto il progetto di uno stadio, si è scelto di pensare al grande edificio non tanto come una macchina isolata funzionante a prescindere dal contesto in cui si inserisce, ma come centralità per la vita pubblica all’interno della trasformazione dell’area stessa. La decisione di lavorare con una riduzione di scala del dispositivo ha permesso di inquadrarlo in una sequenza di spazi e luoghi pubblici che articolano l’intera parte costruita e ne forniscono l’ossatura per uno sviluppo più orizzontale e flessibile. Grazie a questo sistema di funzioni pubbliche in sequenza, è stato possibile ipotizzare la rimanente parte dell’area costruita come una serie di “stanze urbane”, mediante piccole regole e principi insediativi che ne consentono un margine di indeterminatezza. Lo stadio è pensato come una superificie incorniciata da un doppio muro, portando così all’estremo la scenografia contemporanea, che permette da un lato la possibilità di svolgimento di una serie di performances ed eventi e dall’altro di essere vissuto come luogo per la collettività. Il doppio muro “arredato” si trasforma nella membrana di separazione tra interno ed esterno, macchina essenziale ed attrezzata con strumenti volti ad assecondare il carattere effimero della odierna cultura del grande evento.| File | Dimensione | Formato | |
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https://hdl.handle.net/10589/117625