“Se si smette di guardare il paesaggio come l’oggetto di un’attività umana subito si scopre una quantità di spazi indecisi, privi di funzione ai quali è difficile dare un nome. Quest’insieme non appartiene né al territorio dell’ombra né a quello della luce. Si situa ai margini. Dove i boschi si sfrangiano, lungo le strade e i fiumi, nei recessi dimenticati dalle coltivazioni, là dove le macchine non passano. (…) Tra questi frammenti di paesaggio nessuna somiglianza di forma. Un solo punto in comune: tutti costituiscono un territorio di rifugio per la diversità. Ovunque, altrove, questa è scacciata. Questo rende giustificabile raccoglierli sotto un unico termine. Propongo Terzo paesaggio, terzo termine di un’analisi che ha raggruppato i principali dati osservabili sotto l’ombra da un lato, la luce dall’altro”. (Gilles Clément, Manifesto del Terzo Paesaggio, Quodlibet, Macerata, 2005) A Lodi, al di là della ferrovia, fuori dal perimetro di quelle che erano le mura medioevali (abbattute durante i primi del ‘900), sorge un edificio ex industriale che si pone come nuovo centro fisico del tessuto urbano del comune. Un luogo in parte recuperato, in parte dismesso, virtuale connessione tra la città storica, con i suoi servizi, e la città-dormitorio sorta a partire dal dopoguerra. Questo edificio strategico per la sua localizzazione geografica, edificato nel 1907 come linificio e canapificio perde la sua vocazione produttiva nel 1967 e, dopo varie vicissitudini, viene acquistato dal Comune nel 1976. Proprietà pubblica, viene in parte recuperato e adibito a magazzino, a uffici comunali e, in una sua porzione, a scuola superiore. Nei suoi dintorni sorgono alcuni servizi, gli unici a sud della ferrovia: un paio di scuole, la posta, un piccolo parco urbano che ospita una ciclofficina. Nella porzione di edificio tutt’ora dismesso hanno, invece, trovato spazio vitale edere, erbe e robinie soprattutto al primo piano dove, dopo una nevicata che ha fatto crollare una parte del tetto, l’acqua piovana ha fatto crescere, da due terrapieni, veri e propri alberi ad alto fusto. Questo “incidente” ha permesso che si generasse, all’interno di una struttura di cemento e acciaio, un luogo verde, rifugio per uccelli migratori e suggestivo spazio per artisti e writers che hanno lasciato traccia dei loro lavori sulle pareti interne. Un luogo, perfetto esempio di quello che Clément ha definito Terzo Paesaggio, territorio di confine tra àntropos e natura, in cui il costruito (o il non costruito) si fonde con ciò che nasce, cresce e muore sulla terra da prima del nostro arrivo. Lo spunto progettuale nasce da questo: ridare alla città e ai cittadini un luogo off-limits, riaprire alla pubblica fruizione uno spazio pubblico da troppo tempo lasciato a se stesso attraverso la sistemazione del fabbricato e la realizzazione al suo interno di un giardino d’inverno. Qui si affiancano a passeggiate e soste tra gli alberi quegli spazi che questa parte di città richiedeva a gran voce: sportelli comunali di relazione col pubblico, uno spazio di coworking, zone di studio e di lettura, spazi espositivi e spazi dedicati a manifestazioni culturali. Abbiamo quindi disegnato un volume organico e organizzato al tempo stesso, un luogo dell’immaginazione e della creatività dove alberi, cespugli e fiori fanno da quinta alle più diverse attività umane nel rispetto e nella coesistenza di entrambe
Un terzo paesaggio per Lodi : il Fabricon come nuovo epicentro urbano
BOSELLI, MARCO;GAMBA, DANIELE
2014/2015
Abstract
“Se si smette di guardare il paesaggio come l’oggetto di un’attività umana subito si scopre una quantità di spazi indecisi, privi di funzione ai quali è difficile dare un nome. Quest’insieme non appartiene né al territorio dell’ombra né a quello della luce. Si situa ai margini. Dove i boschi si sfrangiano, lungo le strade e i fiumi, nei recessi dimenticati dalle coltivazioni, là dove le macchine non passano. (…) Tra questi frammenti di paesaggio nessuna somiglianza di forma. Un solo punto in comune: tutti costituiscono un territorio di rifugio per la diversità. Ovunque, altrove, questa è scacciata. Questo rende giustificabile raccoglierli sotto un unico termine. Propongo Terzo paesaggio, terzo termine di un’analisi che ha raggruppato i principali dati osservabili sotto l’ombra da un lato, la luce dall’altro”. (Gilles Clément, Manifesto del Terzo Paesaggio, Quodlibet, Macerata, 2005) A Lodi, al di là della ferrovia, fuori dal perimetro di quelle che erano le mura medioevali (abbattute durante i primi del ‘900), sorge un edificio ex industriale che si pone come nuovo centro fisico del tessuto urbano del comune. Un luogo in parte recuperato, in parte dismesso, virtuale connessione tra la città storica, con i suoi servizi, e la città-dormitorio sorta a partire dal dopoguerra. Questo edificio strategico per la sua localizzazione geografica, edificato nel 1907 come linificio e canapificio perde la sua vocazione produttiva nel 1967 e, dopo varie vicissitudini, viene acquistato dal Comune nel 1976. Proprietà pubblica, viene in parte recuperato e adibito a magazzino, a uffici comunali e, in una sua porzione, a scuola superiore. Nei suoi dintorni sorgono alcuni servizi, gli unici a sud della ferrovia: un paio di scuole, la posta, un piccolo parco urbano che ospita una ciclofficina. Nella porzione di edificio tutt’ora dismesso hanno, invece, trovato spazio vitale edere, erbe e robinie soprattutto al primo piano dove, dopo una nevicata che ha fatto crollare una parte del tetto, l’acqua piovana ha fatto crescere, da due terrapieni, veri e propri alberi ad alto fusto. Questo “incidente” ha permesso che si generasse, all’interno di una struttura di cemento e acciaio, un luogo verde, rifugio per uccelli migratori e suggestivo spazio per artisti e writers che hanno lasciato traccia dei loro lavori sulle pareti interne. Un luogo, perfetto esempio di quello che Clément ha definito Terzo Paesaggio, territorio di confine tra àntropos e natura, in cui il costruito (o il non costruito) si fonde con ciò che nasce, cresce e muore sulla terra da prima del nostro arrivo. Lo spunto progettuale nasce da questo: ridare alla città e ai cittadini un luogo off-limits, riaprire alla pubblica fruizione uno spazio pubblico da troppo tempo lasciato a se stesso attraverso la sistemazione del fabbricato e la realizzazione al suo interno di un giardino d’inverno. Qui si affiancano a passeggiate e soste tra gli alberi quegli spazi che questa parte di città richiedeva a gran voce: sportelli comunali di relazione col pubblico, uno spazio di coworking, zone di studio e di lettura, spazi espositivi e spazi dedicati a manifestazioni culturali. Abbiamo quindi disegnato un volume organico e organizzato al tempo stesso, un luogo dell’immaginazione e della creatività dove alberi, cespugli e fiori fanno da quinta alle più diverse attività umane nel rispetto e nella coesistenza di entrambe| File | Dimensione | Formato | |
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https://hdl.handle.net/10589/121601