L’attuale crisi economica e sociale ha provocato un mutamento di paradigma a diversi livelli. (rif. Mosè Ricci) I modelli tradizionali di economia speculativa risultano insostenibili nella logica delle città medie che vivono un processo di de-industrializzazione. Il mondo del lavoro tradizionale perde le sue garanzie e le forme di welfare non possono garantire un’assistenza completa ai cittadini. L’espansione rapida della città ha portato al collasso il sistema di relazioni spaziali del territorio che necessitano una ricucitura. In questo contesto di crisi, esistono nuovi potenziali che permettono un ripensamento radicale, rispetto al passato, nelle logiche di approccio alla città consolidata. I giovani hanno un livello di formazione sempre più elevato e proprio lo stato di disoccupazione ha portato ad un’innovazione, ad una reinvenzione delle professioni. L’Europa promuove uno scambio sempre più rapido di pratiche e modelli di governance a tutti i livelli. Le città in contrazione presentano una serie di aree dismesse in posizioni strategiche che possono costituire i nodi di una rete di innovazione urbana, capace di generare ricadute sul contesto circostante. La tecnologia in continua evoluzione ha permesso di semplificare e rendere più accessibili e sostenibili molti processi produttivi, creando un confronto e non una competizione tra competitors. La logica di mercato di massa legato alla globalizzazione sta cendendo il passo alla logica della “massa di mercati” secondo la teoria della “coda lunga” (Campagnoli, 2014), che nel contesto globale ritrova il valore nello sviluppo locale. Qual’è dunque il possibile scenario per lo sviluppo immediato della città? Di quali strumenti si devono dotare amministratori e attori economici o sociali per garantire un futuro sostenibile? Qual’è il ruolo dei progettisti della città? La dismissione di innumerevoli aree urbane ha travolto negli ultimi decenni le amministrazioni pubbliche che, si sono trovate sommerse dai costi di gestione o semplice manutenzione ordinaria degli spazi. Fino ad oggi i sistemi di gestione di queste aree sono stati indirizzati per la maggioranza verso la vendita ad attori privati, il completo abbandono per impossiblità di mantenimento o nella situazione peggiore il cambiamento di destinazione d’uso che ha prodotto attività di tipo speculativo. I pochi casi positivi sono dovuti all’integrazione di una coscenza alla grande scala dell’attore pubblico da un lato e dalla volontà di innovazione del piccolo attore privato o collettivo dall’altro. Esistono inoltre evidenti limiti di governance come la logica degli “appalti pubblici” da un lato e il determinismo delle azioni sulla città imposto dai regolamenti urbanistici dall’altro. Al contrario, la tensione necessaria è quella di promuovere una continua ricerca di significato nei singoli luoghi, tensione utile a produrre la formazione di una rete di connessioni spaziali fornendo “benzina” a processi già insiti nel luogo stesso. Se questo processo viene alimentato attraverso una rete di piccoli investimenti localizzati, il rischio diminuisce ed anche il “fallimento” della singola esperienza, è facilmente assorbito dal potenziale ri-generativo del contesto. Il contesto torna quindi ad essere elemento determinante, nel momento in cui è in grado di reagire alla trasformazione delle cellule da cui è costituito. Questo tipo di vincolo si può tradurre nel progetto dello spazio abitato, che deve garantire un sistema di elementi identitari o strutturanti, ovvero una spina dorsale formata da riferimenti urbani nei quali l’abitante identifica il luogo, ma anche di un apparato infrastrutturale che sia in grado di assorbire o adattarsi alle mutazioni progressive o le mutazioni cicliche in una logica di processo. La città CreAttiva (Maurizio Carta, Città creativa 3.0) non è solo in grado di attirare idee di innovazione, ma di mantenere vivo un tessuto in grado di lavorare a tutte le scale d'intervento in modo complementare. La città in contrazione ha bisogno quindi di nuove strategie in grado di reagire in modo mirato a tutti i livelli della partecipazione rispetto a problemi urbani, sapendo coinvolgere la cittadinanza e la sempre maggiore classe creativa, sapendo modificare i modelli di governance in relazione alla crescente necessità di interventi economici e mirati.

Processi creativi. Nuovi scenari per la città in contrazione

FERRARI, ALESSANDRO
2015/2016

Abstract

L’attuale crisi economica e sociale ha provocato un mutamento di paradigma a diversi livelli. (rif. Mosè Ricci) I modelli tradizionali di economia speculativa risultano insostenibili nella logica delle città medie che vivono un processo di de-industrializzazione. Il mondo del lavoro tradizionale perde le sue garanzie e le forme di welfare non possono garantire un’assistenza completa ai cittadini. L’espansione rapida della città ha portato al collasso il sistema di relazioni spaziali del territorio che necessitano una ricucitura. In questo contesto di crisi, esistono nuovi potenziali che permettono un ripensamento radicale, rispetto al passato, nelle logiche di approccio alla città consolidata. I giovani hanno un livello di formazione sempre più elevato e proprio lo stato di disoccupazione ha portato ad un’innovazione, ad una reinvenzione delle professioni. L’Europa promuove uno scambio sempre più rapido di pratiche e modelli di governance a tutti i livelli. Le città in contrazione presentano una serie di aree dismesse in posizioni strategiche che possono costituire i nodi di una rete di innovazione urbana, capace di generare ricadute sul contesto circostante. La tecnologia in continua evoluzione ha permesso di semplificare e rendere più accessibili e sostenibili molti processi produttivi, creando un confronto e non una competizione tra competitors. La logica di mercato di massa legato alla globalizzazione sta cendendo il passo alla logica della “massa di mercati” secondo la teoria della “coda lunga” (Campagnoli, 2014), che nel contesto globale ritrova il valore nello sviluppo locale. Qual’è dunque il possibile scenario per lo sviluppo immediato della città? Di quali strumenti si devono dotare amministratori e attori economici o sociali per garantire un futuro sostenibile? Qual’è il ruolo dei progettisti della città? La dismissione di innumerevoli aree urbane ha travolto negli ultimi decenni le amministrazioni pubbliche che, si sono trovate sommerse dai costi di gestione o semplice manutenzione ordinaria degli spazi. Fino ad oggi i sistemi di gestione di queste aree sono stati indirizzati per la maggioranza verso la vendita ad attori privati, il completo abbandono per impossiblità di mantenimento o nella situazione peggiore il cambiamento di destinazione d’uso che ha prodotto attività di tipo speculativo. I pochi casi positivi sono dovuti all’integrazione di una coscenza alla grande scala dell’attore pubblico da un lato e dalla volontà di innovazione del piccolo attore privato o collettivo dall’altro. Esistono inoltre evidenti limiti di governance come la logica degli “appalti pubblici” da un lato e il determinismo delle azioni sulla città imposto dai regolamenti urbanistici dall’altro. Al contrario, la tensione necessaria è quella di promuovere una continua ricerca di significato nei singoli luoghi, tensione utile a produrre la formazione di una rete di connessioni spaziali fornendo “benzina” a processi già insiti nel luogo stesso. Se questo processo viene alimentato attraverso una rete di piccoli investimenti localizzati, il rischio diminuisce ed anche il “fallimento” della singola esperienza, è facilmente assorbito dal potenziale ri-generativo del contesto. Il contesto torna quindi ad essere elemento determinante, nel momento in cui è in grado di reagire alla trasformazione delle cellule da cui è costituito. Questo tipo di vincolo si può tradurre nel progetto dello spazio abitato, che deve garantire un sistema di elementi identitari o strutturanti, ovvero una spina dorsale formata da riferimenti urbani nei quali l’abitante identifica il luogo, ma anche di un apparato infrastrutturale che sia in grado di assorbire o adattarsi alle mutazioni progressive o le mutazioni cicliche in una logica di processo. La città CreAttiva (Maurizio Carta, Città creativa 3.0) non è solo in grado di attirare idee di innovazione, ma di mantenere vivo un tessuto in grado di lavorare a tutte le scale d'intervento in modo complementare. La città in contrazione ha bisogno quindi di nuove strategie in grado di reagire in modo mirato a tutti i livelli della partecipazione rispetto a problemi urbani, sapendo coinvolgere la cittadinanza e la sempre maggiore classe creativa, sapendo modificare i modelli di governance in relazione alla crescente necessità di interventi economici e mirati.
ARC I - Scuola di Architettura Urbanistica Ingegneria delle Costruzioni
28-lug-2016
2015/2016
Tesi di laurea Magistrale
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/10589/123868