This thesis explores how spatial design can serve as a vessel for emotional experience. Instead of emerging from function or formal requirements, the project begins with human conditions: uncertainty, solitude, fragmentation, and the subtle longing for psychological grounding. It asks how interiors might not resolve problems but instead hold emotional presence, becoming spaces that resonate with the inner landscapes we often carry but rarely express. Guided by an interdisciplinary lens, the research draws on psychology, phenomenology, performance, and installation art to frame space not as a fixed object but as a condition of an atmosphere in which emotional states can surface and unfold. Central to this inquiry is Donald Winnicott’s theory of the true and false self and Jacques Lacan’s mirror stage. These are not treated as abstract references but as spatial metaphors that reveal how identity is shaped, distorted, or restored through one’s interaction with space. At the heart of the thesis are three immersive spatial installations, each addressing a specific emotional condition: the dissolution of self in the presence of others, the uncertainty of in-between states, and the quiet clarity of solitude. Situated within a public site in Milan, these works are conceived as temporary urban interruption spaces that invite pause, reflection, and presence. The design process unfolded non-linearly, shaped by emotional observation, material experimentation, and conceptual layering. Rather than proposing a new typology or stylistic language, this thesis suggests a shift in the designer’s role from planner to emotional translator. It proposes that interiors, when stripped of overt function, can become spaces that listen, that resist resolution, and that offer stillness within a culture of acceleration. In doing so, it positions spatial design as a medium of encounter: a way to give form to what is felt but not easily spoken, and to invite those who enter not only to move through space, but to encounter themselves.

Questa tesi esplora come il design dello spazio possa diventare un veicolo per l’esperienza emotiva. Piuttosto che emergere da funzioni o requisiti formali, il progetto prende avvio da condizioni umane: incertezza, solitudine, frammentazione e il desiderio sottile di un radicamento psicologico. Si interroga su come gli interni possano non tanto risolvere problemi, quanto piuttosto custodire una presenza emotiva—diventando luoghi che risuonano con i paesaggi interiori che spesso portiamo dentro, ma raramente esprimiamo. Guidata da una prospettiva interdisciplinare, la ricerca attinge alla psicologia, alla fenomenologia, alla performance e all’arte installativa per concepire lo spazio non come oggetto, ma come condizione un’atmosfera in cui gli stati emotivi possono emergere e manifestarsi. Al centro dell’indagine si trovano la teoria del vero e falso sé di Donald Winnicott e lo stadio dello specchio di Jacques Lacan. Questi concetti non sono trattati come semplici riferimenti teorici, ma come metafore spaziali capaci di rivelare come l’identità possa essere modellata, distorta o ricomposta attraverso l’interazione con lo spazio. Il cuore della tesi è costituito da tre installazioni spaziali immersive, ciascuna dedicata a una condizione emotiva specifica: la dissoluzione del sé alla presenza degli altri, l’incertezza degli stati intermedi, e la quieta chiarezza della solitudine. Collocate in uno spazio urbano aperto a Milano, queste opere sono concepite come interruzioni temporanee spazi che invitano alla pausa, alla riflessione e alla presenza. Il processo progettuale si è sviluppato in modo non lineare, guidato dall’osservazione emotiva, dalla sperimentazione materica e dalla stratificazione concettuale. Piuttosto che proporre una nuova tipologia o un linguaggio stilistico, questa tesi suggerisce un cambiamento nel ruolo del progettista: da pianificatore a traduttore emotivo. Propone che gli interni, privati di una funzione esplicita, possano diventare spazi che ascoltano, che resistono alla risoluzione e che offrono tregua in una cultura dominata dalla velocità. In questo senso, il design dello spazio viene inteso come un mezzo di incontro: un modo per dare forma a ciò che si sente ma non si riesce a dire, e per invitare chi entra a non solo attraversare lo spazio, ma anche sé stesso.

Inner landscape: designing for solitude and self-reflection : three emotional spatial installations Ronak Elmimonfared

Elmimonfared, Ronak
2024/2025

Abstract

This thesis explores how spatial design can serve as a vessel for emotional experience. Instead of emerging from function or formal requirements, the project begins with human conditions: uncertainty, solitude, fragmentation, and the subtle longing for psychological grounding. It asks how interiors might not resolve problems but instead hold emotional presence, becoming spaces that resonate with the inner landscapes we often carry but rarely express. Guided by an interdisciplinary lens, the research draws on psychology, phenomenology, performance, and installation art to frame space not as a fixed object but as a condition of an atmosphere in which emotional states can surface and unfold. Central to this inquiry is Donald Winnicott’s theory of the true and false self and Jacques Lacan’s mirror stage. These are not treated as abstract references but as spatial metaphors that reveal how identity is shaped, distorted, or restored through one’s interaction with space. At the heart of the thesis are three immersive spatial installations, each addressing a specific emotional condition: the dissolution of self in the presence of others, the uncertainty of in-between states, and the quiet clarity of solitude. Situated within a public site in Milan, these works are conceived as temporary urban interruption spaces that invite pause, reflection, and presence. The design process unfolded non-linearly, shaped by emotional observation, material experimentation, and conceptual layering. Rather than proposing a new typology or stylistic language, this thesis suggests a shift in the designer’s role from planner to emotional translator. It proposes that interiors, when stripped of overt function, can become spaces that listen, that resist resolution, and that offer stillness within a culture of acceleration. In doing so, it positions spatial design as a medium of encounter: a way to give form to what is felt but not easily spoken, and to invite those who enter not only to move through space, but to encounter themselves.
ARC III - Scuola del Design
22-lug-2025
2024/2025
Questa tesi esplora come il design dello spazio possa diventare un veicolo per l’esperienza emotiva. Piuttosto che emergere da funzioni o requisiti formali, il progetto prende avvio da condizioni umane: incertezza, solitudine, frammentazione e il desiderio sottile di un radicamento psicologico. Si interroga su come gli interni possano non tanto risolvere problemi, quanto piuttosto custodire una presenza emotiva—diventando luoghi che risuonano con i paesaggi interiori che spesso portiamo dentro, ma raramente esprimiamo. Guidata da una prospettiva interdisciplinare, la ricerca attinge alla psicologia, alla fenomenologia, alla performance e all’arte installativa per concepire lo spazio non come oggetto, ma come condizione un’atmosfera in cui gli stati emotivi possono emergere e manifestarsi. Al centro dell’indagine si trovano la teoria del vero e falso sé di Donald Winnicott e lo stadio dello specchio di Jacques Lacan. Questi concetti non sono trattati come semplici riferimenti teorici, ma come metafore spaziali capaci di rivelare come l’identità possa essere modellata, distorta o ricomposta attraverso l’interazione con lo spazio. Il cuore della tesi è costituito da tre installazioni spaziali immersive, ciascuna dedicata a una condizione emotiva specifica: la dissoluzione del sé alla presenza degli altri, l’incertezza degli stati intermedi, e la quieta chiarezza della solitudine. Collocate in uno spazio urbano aperto a Milano, queste opere sono concepite come interruzioni temporanee spazi che invitano alla pausa, alla riflessione e alla presenza. Il processo progettuale si è sviluppato in modo non lineare, guidato dall’osservazione emotiva, dalla sperimentazione materica e dalla stratificazione concettuale. Piuttosto che proporre una nuova tipologia o un linguaggio stilistico, questa tesi suggerisce un cambiamento nel ruolo del progettista: da pianificatore a traduttore emotivo. Propone che gli interni, privati di una funzione esplicita, possano diventare spazi che ascoltano, che resistono alla risoluzione e che offrono tregua in una cultura dominata dalla velocità. In questo senso, il design dello spazio viene inteso come un mezzo di incontro: un modo per dare forma a ciò che si sente ma non si riesce a dire, e per invitare chi entra a non solo attraversare lo spazio, ma anche sé stesso.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/10589/240557