The human being, by its own anthropological constitution, cannot inhabit an horizon devoid of meaning: life constantly requires symbolic devices and ordering principles that allow the unknown to be translated into narrative. Death represents the apex of this tension, as it takes shape as the radical limit of experience, at once inevitable and unreachable. Within this framework lies the research, which begins with the study of death and then explores the role of design as a cultural and phenomenological practice capable of opening new possibilities for representation and ritualization. This perspective takes the modern condition as its central node: in contemporary Western society, the dissolution of religious myths and the secularization of ritual practices have generated a profound fracture. On one hand, death is omnipresent in media imagery and cultural spectacularization; on the other, it is removed from the everyday, silenced in both social and individual spheres. This paradox fuels a widespread thanatophobia, in which anxiety is not eliminated but constantly exorcised, without finding authentic spaces for elaboration. The issue is therefore not the utopian possibility of a serene acceptance of finitude, but rather the recognition of disquiet as a structural condition of existence. Transforming it into a critical and creative device makes it possible to strip away the superfluous and restore centrality to what truly matters. The project arises from a simple yet radical need: to remember to turn on the light — an existential reminder, a gesture of awareness and presence within the darkness of indifference and fear. From this perspective, the workshop experience shared with a small group of meaningful individuals takes on the value of a primary sensitization to death: not for those who are about to leave, nor for those living through grief, but for those in the midst of life who wish to learn to look at the end without ceasing to inhabit the present. The invitation is not to contemplate death, but to cultivate life in its fullness: a memento mori in its most Stoic interpretation, which generates not anguish but gratitude, and which returns time to its value. The objective deliberately stops at this level: in sharing, in the creation of a space of speech and silence in which to reflect, to witness the emergence of new thoughts, new questions, small lights that may, perhaps, be carried elsewhere. The resulting object is not the goal, but the trace of an encounter, a container of memories, a sign that remains to remind us that light, when shared, is not consumed, but multiplied.

L’essere umano, per sua stessa costituzione antropologica, non può abitare un orizzonte privo di senso: la vita richiede costantemente dispositivi simbolici e principi ordinatori che consentano di tradurre l’ignoto in narrazione. La morte rappresenta l’apice di questa tensione, poiché si configura come il limite radicale dell’esperienza, al tempo stesso inevitabile e inattingibile. Entro questa cornice si colloca la ricerca, che prende avvio dallo studio della morte per poi esplorare il ruolo del design come pratica culturale e fenomenologica, capace di aprire nuove possibilità di rappresentazione e di ritualizzazione. Tale prospettiva assume come nodo centrale la condizione moderna: nella contemporaneità occidentale, la dissoluzione dei miti religiosi e la secolarizzazione delle pratiche rituali hanno generato una frattura profonda. Da un lato la morte è onnipresente nelle immagini mediatiche e nella spettacolarizzazione culturale, dall’altro è rimossa dal quotidiano, silenziata nella sfera sociale e individuale. Questo paradosso alimenta una tanatofobia diffusa, in cui l’angoscia non viene eliminata ma costantemente esorcizzata, senza trovare spazi autentici di elaborazione. La questione non riguarda dunque l’utopica possibilità di una serena accettazione della finitudine, quanto piuttosto il riconoscimento dell’inquietudine come condizione strutturale dell’esistenza. Trasformarla in dispositivo critico e creativo permette di ridimensionare il superfluo e restituire centralità a ciò che conta. Il progetto nasce da un’esigenza semplice e insieme radicale: ricordarsi di accendere la luce — un promemoria esistenziale, un gesto di consapevolezza e di presenza nel buio dell’indifferenza e della paura. In questa prospettiva, l’esperienza laboratoriale condivisa con un piccolo gruppo di persone significative assume il valore di un atto di sensibilizzazione primaria alla morte: non per chi sta per andarsene, né per chi vive un lutto, ma per chi è nel pieno del vivere e desidera imparare a guardare la fine senza smettere di abitare il presente. L’invito non è a contemplare la morte, ma a coltivare la vita nella sua pienezza: un memento mori nella sua interpretazione più stoica, che non genera angoscia ma gratitudine, e che restituisce al tempo il suo valore. L’obiettivo si arresta volutamente a questo livello: nella condivisione, nella creazione di uno spazio di parola e di silenzio in cui riflettere, assistere all’insorgere di nuovi pensieri, di nuove domande, di piccole luci che, forse, potranno essere portate altrove. L’oggetto che ne deriva non è il fine, ma la traccia di un incontro, un contenitore di memorie, un segno che rimane a ricordare che la luce, se condivisa, non si consuma, ma si moltiplica.

Situazioni-limite: piccolo esercizio di tanatologia progettuale

Giussani, Noemi
2024/2025

Abstract

The human being, by its own anthropological constitution, cannot inhabit an horizon devoid of meaning: life constantly requires symbolic devices and ordering principles that allow the unknown to be translated into narrative. Death represents the apex of this tension, as it takes shape as the radical limit of experience, at once inevitable and unreachable. Within this framework lies the research, which begins with the study of death and then explores the role of design as a cultural and phenomenological practice capable of opening new possibilities for representation and ritualization. This perspective takes the modern condition as its central node: in contemporary Western society, the dissolution of religious myths and the secularization of ritual practices have generated a profound fracture. On one hand, death is omnipresent in media imagery and cultural spectacularization; on the other, it is removed from the everyday, silenced in both social and individual spheres. This paradox fuels a widespread thanatophobia, in which anxiety is not eliminated but constantly exorcised, without finding authentic spaces for elaboration. The issue is therefore not the utopian possibility of a serene acceptance of finitude, but rather the recognition of disquiet as a structural condition of existence. Transforming it into a critical and creative device makes it possible to strip away the superfluous and restore centrality to what truly matters. The project arises from a simple yet radical need: to remember to turn on the light — an existential reminder, a gesture of awareness and presence within the darkness of indifference and fear. From this perspective, the workshop experience shared with a small group of meaningful individuals takes on the value of a primary sensitization to death: not for those who are about to leave, nor for those living through grief, but for those in the midst of life who wish to learn to look at the end without ceasing to inhabit the present. The invitation is not to contemplate death, but to cultivate life in its fullness: a memento mori in its most Stoic interpretation, which generates not anguish but gratitude, and which returns time to its value. The objective deliberately stops at this level: in sharing, in the creation of a space of speech and silence in which to reflect, to witness the emergence of new thoughts, new questions, small lights that may, perhaps, be carried elsewhere. The resulting object is not the goal, but the trace of an encounter, a container of memories, a sign that remains to remind us that light, when shared, is not consumed, but multiplied.
ARC III - Scuola del Design
10-dic-2025
2024/2025
L’essere umano, per sua stessa costituzione antropologica, non può abitare un orizzonte privo di senso: la vita richiede costantemente dispositivi simbolici e principi ordinatori che consentano di tradurre l’ignoto in narrazione. La morte rappresenta l’apice di questa tensione, poiché si configura come il limite radicale dell’esperienza, al tempo stesso inevitabile e inattingibile. Entro questa cornice si colloca la ricerca, che prende avvio dallo studio della morte per poi esplorare il ruolo del design come pratica culturale e fenomenologica, capace di aprire nuove possibilità di rappresentazione e di ritualizzazione. Tale prospettiva assume come nodo centrale la condizione moderna: nella contemporaneità occidentale, la dissoluzione dei miti religiosi e la secolarizzazione delle pratiche rituali hanno generato una frattura profonda. Da un lato la morte è onnipresente nelle immagini mediatiche e nella spettacolarizzazione culturale, dall’altro è rimossa dal quotidiano, silenziata nella sfera sociale e individuale. Questo paradosso alimenta una tanatofobia diffusa, in cui l’angoscia non viene eliminata ma costantemente esorcizzata, senza trovare spazi autentici di elaborazione. La questione non riguarda dunque l’utopica possibilità di una serena accettazione della finitudine, quanto piuttosto il riconoscimento dell’inquietudine come condizione strutturale dell’esistenza. Trasformarla in dispositivo critico e creativo permette di ridimensionare il superfluo e restituire centralità a ciò che conta. Il progetto nasce da un’esigenza semplice e insieme radicale: ricordarsi di accendere la luce — un promemoria esistenziale, un gesto di consapevolezza e di presenza nel buio dell’indifferenza e della paura. In questa prospettiva, l’esperienza laboratoriale condivisa con un piccolo gruppo di persone significative assume il valore di un atto di sensibilizzazione primaria alla morte: non per chi sta per andarsene, né per chi vive un lutto, ma per chi è nel pieno del vivere e desidera imparare a guardare la fine senza smettere di abitare il presente. L’invito non è a contemplare la morte, ma a coltivare la vita nella sua pienezza: un memento mori nella sua interpretazione più stoica, che non genera angoscia ma gratitudine, e che restituisce al tempo il suo valore. L’obiettivo si arresta volutamente a questo livello: nella condivisione, nella creazione di uno spazio di parola e di silenzio in cui riflettere, assistere all’insorgere di nuovi pensieri, di nuove domande, di piccole luci che, forse, potranno essere portate altrove. L’oggetto che ne deriva non è il fine, ma la traccia di un incontro, un contenitore di memorie, un segno che rimane a ricordare che la luce, se condivisa, non si consuma, ma si moltiplica.
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