[un]disciplined. The politics of display in the age of conflict delves into how architecture and exhibitions are not just about showcasing buildings, but can in fact spark deeply political conversations. In times of social and institutional upheaval, cultural spaces frequently become battlegrounds where competing visions of society, history, and the future are articulated and challenged. Among these, the architectural exhibition occupies a uniquely precarious position. Situated between disciplines, institutions, and the public, it is neither pure theory nor built reality, neither an autonomous work nor a passive display. This research uses the architectural exhibition as a lens to examine how architecture, as a field of knowledge and cultural production, responds to—and sometimes clashes with—broader ideological issues. The year 1968 marks a moment of rupture. Globally, students and cultural activists occupied universities, squares, and museums, revealing the deep complicity between institutions and power. In Florence, Milan, Venice, and elsewhere, exhibitions ceased to be celebratory spaces and transformed into instruments of resistance. Ephemeral structures, experimental displays, and radical curatorial gestures exposed the naked politics inherent in the very act of displaying the discipline. Today, in an age again marked by multidimensional crises—from ecological collapse to political polarization—the cultural legacy of 1968 resonates with renewed urgency. Through archival research, historical analysis, and conversations with contemporary curators, this study traces a genealogy of exhibitions as forms of spatial criticism, asking to what extent architecture exhibitions can function as a form of political and spatial criticism.

[un]disciplined. The politics of display in the age of conflict esplora come l’architettura e le esibizioni non si limitino a mostrare edifici, ma possano di fatto attivare dibattiti di forte rilevanza politica. Nei periodi di sconvolgimento sociale e istituzionale, gli spazi culturali diventano frequentemente campi di battaglia in cui vengono articolate e messe in discussione visioni concorrenti della società, della storia e del futuro. Tra questi, l'esibizione di architettura occupa una posizione particolarmente precaria. Collocata tra discipline, istituzioni e pubblico, non è né pura teoria né realtà costruita, né opera autonoma né esposizione passiva. Questa ricerca utilizza la mostra di architettura come lente per esaminare come l'architettura, in quanto campo di conoscenza e produzione culturale, risponda—e talvolta si scontri—con questioni ideologiche più ampie. Il 1968 segna un anno di frattura. In tutto il mondo studenti e attivisti culturali occupano università, piazze e musei, svelando la profonda complicità tra istituzioni e potere. A Firenze, Milano, Venezia e altrove, le esposizioni smettono di essere spazi celebrativi e si trasformano in strumenti di resistenza. Strutture effimere, allestimenti sperimentali e gesti curatorali radicali mostrano la politica nuda insita nell’atto stesso di esporre la disciplina. Oggi, in un'epoca nuovamente segnata da crisi multidimensionali—dal collasso ecologico alla polarizzazione politica—l'eredità culturale del 1968 risuona con rinnovata urgenza. Attraverso ricerche d’archivio, analisi storiche e conversazioni con curatori contemporanei, questa ricerca traccia una genealogia delle esposizioni come forme di critica spaziale chiedendosi in che misura le mostre di architettura possano funzionare come forma di critica politica e spaziale.

Un disciplined : the politics of display in the age of conflict

Derni, Andrea
2025/2026

Abstract

[un]disciplined. The politics of display in the age of conflict delves into how architecture and exhibitions are not just about showcasing buildings, but can in fact spark deeply political conversations. In times of social and institutional upheaval, cultural spaces frequently become battlegrounds where competing visions of society, history, and the future are articulated and challenged. Among these, the architectural exhibition occupies a uniquely precarious position. Situated between disciplines, institutions, and the public, it is neither pure theory nor built reality, neither an autonomous work nor a passive display. This research uses the architectural exhibition as a lens to examine how architecture, as a field of knowledge and cultural production, responds to—and sometimes clashes with—broader ideological issues. The year 1968 marks a moment of rupture. Globally, students and cultural activists occupied universities, squares, and museums, revealing the deep complicity between institutions and power. In Florence, Milan, Venice, and elsewhere, exhibitions ceased to be celebratory spaces and transformed into instruments of resistance. Ephemeral structures, experimental displays, and radical curatorial gestures exposed the naked politics inherent in the very act of displaying the discipline. Today, in an age again marked by multidimensional crises—from ecological collapse to political polarization—the cultural legacy of 1968 resonates with renewed urgency. Through archival research, historical analysis, and conversations with contemporary curators, this study traces a genealogy of exhibitions as forms of spatial criticism, asking to what extent architecture exhibitions can function as a form of political and spatial criticism.
FISCHLI, FREDI
OLSEN, NIELS
ARC I - Scuola di Architettura Urbanistica Ingegneria delle Costruzioni
10-dic-2025
2025/2026
[un]disciplined. The politics of display in the age of conflict esplora come l’architettura e le esibizioni non si limitino a mostrare edifici, ma possano di fatto attivare dibattiti di forte rilevanza politica. Nei periodi di sconvolgimento sociale e istituzionale, gli spazi culturali diventano frequentemente campi di battaglia in cui vengono articolate e messe in discussione visioni concorrenti della società, della storia e del futuro. Tra questi, l'esibizione di architettura occupa una posizione particolarmente precaria. Collocata tra discipline, istituzioni e pubblico, non è né pura teoria né realtà costruita, né opera autonoma né esposizione passiva. Questa ricerca utilizza la mostra di architettura come lente per esaminare come l'architettura, in quanto campo di conoscenza e produzione culturale, risponda—e talvolta si scontri—con questioni ideologiche più ampie. Il 1968 segna un anno di frattura. In tutto il mondo studenti e attivisti culturali occupano università, piazze e musei, svelando la profonda complicità tra istituzioni e potere. A Firenze, Milano, Venezia e altrove, le esposizioni smettono di essere spazi celebrativi e si trasformano in strumenti di resistenza. Strutture effimere, allestimenti sperimentali e gesti curatorali radicali mostrano la politica nuda insita nell’atto stesso di esporre la disciplina. Oggi, in un'epoca nuovamente segnata da crisi multidimensionali—dal collasso ecologico alla polarizzazione politica—l'eredità culturale del 1968 risuona con rinnovata urgenza. Attraverso ricerche d’archivio, analisi storiche e conversazioni con curatori contemporanei, questa ricerca traccia una genealogia delle esposizioni come forme di critica spaziale chiedendosi in che misura le mostre di architettura possano funzionare come forma di critica politica e spaziale.
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