How do objects speak power? This thesis investigates the political agency of design aesthetics in both historical and contemporary contexts, focusing on the tension between normalization and dissent. Starting from the premise that design is never neutral but operates as a material articulation of ideology, the thesis analyzes how aesthetic paradigms such as modernist neutrality and “good design” have historically contributed to stabilizing specific social orders and shaping what is considered visible, acceptable, and legitimate. And at the same time, drawing on Rancière’s concept of dissensus and on practices of critical, speculative, and activist design, the research also explores how aesthetics can function as a mechanism of rupture. Through estrangement, counter-narrative construction, and the re-signification of objects and bodies, design can destabilize what appears natural and inevitable, opening spaces for political subjectivation and plurality. The study then shifts to contemporary generative AI systems, arguing that their probabilistic logic introduces a new aesthetic condition based on prediction, statistical convergence, and recursive training. Rather than producing neutral outputs, generative models crystallize historical biases and reinforce dominant visual norms, contributing to what can be described as an emerging aesthetic monoculture. Through the analysis of algorithmic bias, synthetic political imagery, and recursive model collapse, the thesis demonstrates how automated form-generation risks foreclosing dissensus by privileging statistical average representations over situated difference. Finally, the research reflects on the implications of integrating generative AI into industrial design workflows, suggesting that the delegation of form-giving to predictive systems restructures design agency itself. When aesthetics becomes a function of probability, the political dimension of design shifts from intentional authorship to infrastructural forms of governance embedded in technical systems. The thesis therefore calls for a critical repositioning of the designer’s role within algorithmic environments, emphasizing the necessity of preserving friction, plurality, and dissent in the production of material culture.

In che modo gli oggetti parlano di potere? La presente tesi indaga l’agency politica dell’estetica del design in contesti sia storici sia contemporanei, concentrandosi sulla tensione tra normalizzazione e dissenso. Partendo dal presupposto che il design non sia mai neutrale ma operi come un’articolazione materiale dell’ideologia, la tesi analizza come paradigmi estetici quali la neutralità modernista e il “buon design” abbiano storicamente contribuito a stabilizzare specifici ordini sociali e a plasmare ciò che è considerato visibile, accettabile e legittimo. Allo stesso tempo, attingendo al concetto di dissenso di Rancière e alle pratiche del design critico, speculativo e attivista, la ricerca esplora anche come l’estetica possa funzionare come un meccanismo di rottura. Attraverso straniamento, costruzione di contro-narrazioni e ri-significazione di oggetti e corpi, il design può destabilizzare ciò che appare naturale e inevitabile, aprendo spazi per la soggettivazione politica e la pluralità. Lo studio si sposta poi sui sistemi contemporanei di intelligenza artificiale generativa, sostenendo che la loro logica probabilistica introduca una nuova condizione estetica basata su previsione, convergenza statistica e addestramento ricorsivo. Piuttosto che produrre output neutrali, i modelli generativi cristallizzano i bias storici e rafforzano le norme visive dominanti, contribuendo a ciò che può essere descritto come una monocultura estetica emergente. Attraverso l’analisi del bias algoritmico, dell’immaginario politico sintetico e del collasso ricorsivo dei modelli, la tesi dimostra come la generazione automatizzata delle forme rischi di precludere il dissenso privilegiando rappresentazioni medie statistiche rispetto alla differenza situata. Infine, la ricerca riflette sulle implicazioni dell’integrazione dell’IA generativa nei flussi di lavoro del design industriale, suggerendo che la delega del form-giving a sistemi predittivi ristrutturi l’agency stessa del design. Quando l’estetica diventa una funzione di probabilità, la dimensione politica del design si sposta dall’autorialità intenzionale verso forme infrastrutturali di governance incorporate nei sistemi tecnici. La tesi propone quindi un riposizionamento critico del ruolo del designer negli ambienti algoritmici, sottolineando la necessità di preservare attrito, pluralità e dissenso nella produzione della cultura materiale.

How objects speak power: the generative redesign of aesthetics

Giordano, Laura
2024/2025

Abstract

How do objects speak power? This thesis investigates the political agency of design aesthetics in both historical and contemporary contexts, focusing on the tension between normalization and dissent. Starting from the premise that design is never neutral but operates as a material articulation of ideology, the thesis analyzes how aesthetic paradigms such as modernist neutrality and “good design” have historically contributed to stabilizing specific social orders and shaping what is considered visible, acceptable, and legitimate. And at the same time, drawing on Rancière’s concept of dissensus and on practices of critical, speculative, and activist design, the research also explores how aesthetics can function as a mechanism of rupture. Through estrangement, counter-narrative construction, and the re-signification of objects and bodies, design can destabilize what appears natural and inevitable, opening spaces for political subjectivation and plurality. The study then shifts to contemporary generative AI systems, arguing that their probabilistic logic introduces a new aesthetic condition based on prediction, statistical convergence, and recursive training. Rather than producing neutral outputs, generative models crystallize historical biases and reinforce dominant visual norms, contributing to what can be described as an emerging aesthetic monoculture. Through the analysis of algorithmic bias, synthetic political imagery, and recursive model collapse, the thesis demonstrates how automated form-generation risks foreclosing dissensus by privileging statistical average representations over situated difference. Finally, the research reflects on the implications of integrating generative AI into industrial design workflows, suggesting that the delegation of form-giving to predictive systems restructures design agency itself. When aesthetics becomes a function of probability, the political dimension of design shifts from intentional authorship to infrastructural forms of governance embedded in technical systems. The thesis therefore calls for a critical repositioning of the designer’s role within algorithmic environments, emphasizing the necessity of preserving friction, plurality, and dissent in the production of material culture.
ARC III - Scuola del Design
26-mar-2026
2024/2025
In che modo gli oggetti parlano di potere? La presente tesi indaga l’agency politica dell’estetica del design in contesti sia storici sia contemporanei, concentrandosi sulla tensione tra normalizzazione e dissenso. Partendo dal presupposto che il design non sia mai neutrale ma operi come un’articolazione materiale dell’ideologia, la tesi analizza come paradigmi estetici quali la neutralità modernista e il “buon design” abbiano storicamente contribuito a stabilizzare specifici ordini sociali e a plasmare ciò che è considerato visibile, accettabile e legittimo. Allo stesso tempo, attingendo al concetto di dissenso di Rancière e alle pratiche del design critico, speculativo e attivista, la ricerca esplora anche come l’estetica possa funzionare come un meccanismo di rottura. Attraverso straniamento, costruzione di contro-narrazioni e ri-significazione di oggetti e corpi, il design può destabilizzare ciò che appare naturale e inevitabile, aprendo spazi per la soggettivazione politica e la pluralità. Lo studio si sposta poi sui sistemi contemporanei di intelligenza artificiale generativa, sostenendo che la loro logica probabilistica introduca una nuova condizione estetica basata su previsione, convergenza statistica e addestramento ricorsivo. Piuttosto che produrre output neutrali, i modelli generativi cristallizzano i bias storici e rafforzano le norme visive dominanti, contribuendo a ciò che può essere descritto come una monocultura estetica emergente. Attraverso l’analisi del bias algoritmico, dell’immaginario politico sintetico e del collasso ricorsivo dei modelli, la tesi dimostra come la generazione automatizzata delle forme rischi di precludere il dissenso privilegiando rappresentazioni medie statistiche rispetto alla differenza situata. Infine, la ricerca riflette sulle implicazioni dell’integrazione dell’IA generativa nei flussi di lavoro del design industriale, suggerendo che la delega del form-giving a sistemi predittivi ristrutturi l’agency stessa del design. Quando l’estetica diventa una funzione di probabilità, la dimensione politica del design si sposta dall’autorialità intenzionale verso forme infrastrutturali di governance incorporate nei sistemi tecnici. La tesi propone quindi un riposizionamento critico del ruolo del designer negli ambienti algoritmici, sottolineando la necessità di preservare attrito, pluralità e dissenso nella produzione della cultura materiale.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/10589/252446