This thesis investigates embassy architecture as a spatial and political typology situated at the intersection of national and institutional desires for representation and public life. Once conceived as relatively open institutions facilitating diplomatic and cultural exchange, some contemporary embassies have evolved into more inward-looking structures, prioritising security over public presence. Against this backdrop, the thesis asks how embassy architecture can reconcile its inherently heterotopic condition, defined by exclusion, control and national sovereignty, with its potential role as a civic and urban institution embedded within the urban fabric of the host city, while legally operating in the fabric of its home nation. The research focuses on the Western hemisphere in the post-Second World War context with particular attention to Germany as a case study due to its discontinuous political history and the role that architecture played in reconstructing national identity after the end of the Second World War in 1945. Drawing on Michael Foucault´s concept of heterotopia to deconstruct the complex mechanism of an embassy, Hannah Arendt´s notion of political space and public appearance, and Kenneth Frampton´s theory of critical regionalism, the thesis reframes the embassy as a spatial construct that simultaneously represents, separates and negotiates between different realms: public and private, domestic and institutional, local and national. Through a comparative analysis of key embassy projects and precedents, from the U.S. Embassy Program of the 1950s to German and British embassies in Italy and the United States and post-reunification embassy projects in Berlin, the research identifies reoccurring typological strategies related to representation and soft power, civic engagement, materiality, and spatial mediation. These insights inform the design of a speculative German Embassy in Rome, located in the district of Testaccio. The project serves as an architectural testing ground in which the embassy is reimagined as a negotiated territory: a building that resists purely symbolic abstraction and urban isolation, and instead articulates form, structure and space as architectural mediators between the nation of Germany and the city of Rome.

Questa tesi indaga l’architettura delle ambasciate come tipologia spaziale e politica, situata all’intersezione tra le aspirazioni nazionali e istituzionali di rappresentazione e di vita pubblica. Un tempo concepite come istituzioni relativamente aperte, volte a facilitare lo scambio diplomatico e culturale, alcune ambasciate contemporanee si sono progressivamente trasformate in strutture introverse, privilegiando la sicurezza rispetto alla presenza pubblica. In questo contesto, la tesi si interroga su come l’architettura dell'ambasciata possa riconciliare la propria condizione intrinsecamente eterotopica — definita da esclusione, controllo e sovranità nazionale — con il suo potenziale ruolo di istituzione civica e urbana, inserita nel tessuto urbano della città ospitante, pur operando giuridicamente all’interno dell’ordinamento del proprio Stato di appartenenza. La ricerca si concentra sul contesto dell’emisfero occidentale nel secondo dopoguerra, con particolare attenzione alla Germania come caso di studio, in ragione della sua discontinua storia politica e del ruolo che l’architettura ha svolto nella ricostruzione dell’identità nazionale dopo la fine della Seconda guerra mondiale nel 1945. Facendo riferimento al concetto di eterotopia di Michel Foucault per decostruire i complessi meccanismi dell’ambasciata, alla nozione di spazio politico e di spazio dell’apparizione pubblica elaborata da Hannah Arendt, e alla teoria del regionalismo critico di Kenneth Frampton, la tesi riformula l’ambasciata come un costrutto spaziale capace di rappresentare, separare e negoziare simultaneamente tra ambiti differenti: pubblico e privato, domestico e istituzionale, locale e nazionale. Attraverso un’analisi comparativa di progetti e precedenti significativi — dal programma delle ambasciate statunitensi degli anni Cinquanta alle ambasciate tedesche e britanniche in Italia e negli Stati Uniti, fino ai progetti realizzati a Berlino nel periodo successivo alla riunificazione — la ricerca individua strategie tipologiche ricorrenti legate alla rappresentazione e al soft power, all’impegno civico, alla materialità e alla mediazione spaziale. Queste riflessioni confluiscono nella progettazione di una nuova Ambasciata tedesca a Roma, situata nel quartiere di Testaccio. Il progetto si configura come un campo di sperimentazione architettonica, nel quale l’ambasciata viene reinterpretata come un territorio negoziato: un edificio che rifiuta l’astrazione puramente simbolica e l’isolamento urbano, articolando invece forma, struttura e spazio come mediatori architettonici tra la nazione tedesca e la città di Roma.

Negotiated territories: a German Embassy in Rome - Testaccio

van der Velden, Nils
2024/2025

Abstract

This thesis investigates embassy architecture as a spatial and political typology situated at the intersection of national and institutional desires for representation and public life. Once conceived as relatively open institutions facilitating diplomatic and cultural exchange, some contemporary embassies have evolved into more inward-looking structures, prioritising security over public presence. Against this backdrop, the thesis asks how embassy architecture can reconcile its inherently heterotopic condition, defined by exclusion, control and national sovereignty, with its potential role as a civic and urban institution embedded within the urban fabric of the host city, while legally operating in the fabric of its home nation. The research focuses on the Western hemisphere in the post-Second World War context with particular attention to Germany as a case study due to its discontinuous political history and the role that architecture played in reconstructing national identity after the end of the Second World War in 1945. Drawing on Michael Foucault´s concept of heterotopia to deconstruct the complex mechanism of an embassy, Hannah Arendt´s notion of political space and public appearance, and Kenneth Frampton´s theory of critical regionalism, the thesis reframes the embassy as a spatial construct that simultaneously represents, separates and negotiates between different realms: public and private, domestic and institutional, local and national. Through a comparative analysis of key embassy projects and precedents, from the U.S. Embassy Program of the 1950s to German and British embassies in Italy and the United States and post-reunification embassy projects in Berlin, the research identifies reoccurring typological strategies related to representation and soft power, civic engagement, materiality, and spatial mediation. These insights inform the design of a speculative German Embassy in Rome, located in the district of Testaccio. The project serves as an architectural testing ground in which the embassy is reimagined as a negotiated territory: a building that resists purely symbolic abstraction and urban isolation, and instead articulates form, structure and space as architectural mediators between the nation of Germany and the city of Rome.
ARC I - Scuola di Architettura Urbanistica Ingegneria delle Costruzioni
26-mar-2026
2024/2025
Questa tesi indaga l’architettura delle ambasciate come tipologia spaziale e politica, situata all’intersezione tra le aspirazioni nazionali e istituzionali di rappresentazione e di vita pubblica. Un tempo concepite come istituzioni relativamente aperte, volte a facilitare lo scambio diplomatico e culturale, alcune ambasciate contemporanee si sono progressivamente trasformate in strutture introverse, privilegiando la sicurezza rispetto alla presenza pubblica. In questo contesto, la tesi si interroga su come l’architettura dell'ambasciata possa riconciliare la propria condizione intrinsecamente eterotopica — definita da esclusione, controllo e sovranità nazionale — con il suo potenziale ruolo di istituzione civica e urbana, inserita nel tessuto urbano della città ospitante, pur operando giuridicamente all’interno dell’ordinamento del proprio Stato di appartenenza. La ricerca si concentra sul contesto dell’emisfero occidentale nel secondo dopoguerra, con particolare attenzione alla Germania come caso di studio, in ragione della sua discontinua storia politica e del ruolo che l’architettura ha svolto nella ricostruzione dell’identità nazionale dopo la fine della Seconda guerra mondiale nel 1945. Facendo riferimento al concetto di eterotopia di Michel Foucault per decostruire i complessi meccanismi dell’ambasciata, alla nozione di spazio politico e di spazio dell’apparizione pubblica elaborata da Hannah Arendt, e alla teoria del regionalismo critico di Kenneth Frampton, la tesi riformula l’ambasciata come un costrutto spaziale capace di rappresentare, separare e negoziare simultaneamente tra ambiti differenti: pubblico e privato, domestico e istituzionale, locale e nazionale. Attraverso un’analisi comparativa di progetti e precedenti significativi — dal programma delle ambasciate statunitensi degli anni Cinquanta alle ambasciate tedesche e britanniche in Italia e negli Stati Uniti, fino ai progetti realizzati a Berlino nel periodo successivo alla riunificazione — la ricerca individua strategie tipologiche ricorrenti legate alla rappresentazione e al soft power, all’impegno civico, alla materialità e alla mediazione spaziale. Queste riflessioni confluiscono nella progettazione di una nuova Ambasciata tedesca a Roma, situata nel quartiere di Testaccio. Il progetto si configura come un campo di sperimentazione architettonica, nel quale l’ambasciata viene reinterpretata come un territorio negoziato: un edificio che rifiuta l’astrazione puramente simbolica e l’isolamento urbano, articolando invece forma, struttura e spazio come mediatori architettonici tra la nazione tedesca e la città di Roma.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/10589/253188