The periphery, in contemporary architectural and urban debate, is no longer merely a geographical condition but a critical category. Starting from the periphery as a margin that outlines the center and at the same time calls it into question, design categories themselves are interrogated. If, etymologically, what is “around” contributes to defining what is “inside,” then what happens when the margin becomes the prevailing condition of the city? Is it still possible to speak of center and periphery as distinct poles, or are we instead faced with a diffuse, fragmented field in which the periphery becomes the paradigm? The investigation is set in the context of Santiago de Chile, particularly in the territories of Puente Alto and La Pintana, places where the dynamics of urban expansion, infrastructural development, and social segregation become legible with almost brutal clarity. The elimination of urban boundaries, the opening of vast expansion areas, and the neoliberal logic that has guided metropolitan development since the 1990s have produced a dissolution of limits and, at the same time, a new form of fragmentation. In this scenario, the periphery is no longer an exception but the ordinary condition of contemporary dwelling, where major infrastructures become elements of fracture, the Acceso Sur, the arterial road connecting Santiago to Route 5, which runs the entire length of Chile, is not merely a device of mobility but a line of physical and symbolic separation that cuts through socially fragile territories, marking a rupture between comunas already historically in conflict. In this context, architecture cannot be neutral. At the neighborhood scale, through surveys, photographs, sketches, and critical readings of lived experience, the thesis tests its theoretical categories. The regular orthogonal grid, derived from social housing programs, retains a certain formal legibility, however, the gap between the original design and incremental transformation tells a different story. Fences, extensions, canopies, closures, and progressive appropriations of land reveal a continuous tension between project and life, between norm and necessity, between imposed form and everyday use. Within this tension emerges the feria libre, the market, sometimes informal, as an urban device capable of activating collective memory, even if ephemeral. It is an episode that interrupts seriality, introducing relational density where the urban fabric appears repetitive. In this sense, it becomes a sign of a possible “appropriate modernity,” one that does not erase the margin but assumes it as a field of design. The reference to Aldo Rossi runs throughout the work as a theoretical foundation and point of departure. The city as a collective artifact, the permanence of forms, urban memory as a structure resistant to time offer a key to reading South American peripheries as well. If the city is the slow construction of shared meanings, then the periphery too, marked by deep contradictions and often considered devoid of history, contains traces, permanences, and typological elements capable of structuring experience. Is it possible to recognize urban facts within contemporary South American peripheries? Are there elements which, despite their precariousness, acquire the value of permanence? The thesis therefore operates on multiple levels, how can architecture position itself in the face of fragmented and contradictory territories without falling into the rhetoric of regeneration? Is it possible to rethink the periphery not as a problem to be solved but as a paradigmatic condition to be understood? What role can infrastructures, public spaces, and collective devices play in transforming fractures into opportunities for relation? And further, how can the metropolitan and neighborhood scales, the structural and the everyday dimensions, be held together? The direct field experience during the period of mobility in Chile is not merely an autobiographical frame but an integral part of the research, inhabiting those places brought forth questions even before answers. The periphery, observed from afar as a theoretical category, revealed itself up close as a concrete experience made of conflicts, adaptations, survival practices, and unexpected forms of community. The aim is not to provide definitive solutions but to open a field of inquiry, starting from the premise that the periphery outlines the center, thus, understanding the margin means understanding the city as a whole. The challenge is to inhabit this margin differently, to recognize its latent potentials, and to read its contradictions without simplifying them.

La periferia, nel dibattito architettonico e urbano contemporaneo, non è più soltanto una condizione geografica ma una categoria critica. A partire dalla periferia come margine che disegna il centro e allo stesso tempo lo mette in discussione vengono interrogate le categorie progettuali. Se etimologicamente ciò che è “intorno” contribuisce a definire ciò che è “dentro”, allora che cosa accade quando il margine diventa la condizione prevalente della città? È ancora possibile parlare di centro e periferia come poli distinti o si è di fronte a un campo diffuso, frammentato, dove la periferia diventa paradigma? L’indagine si colloca nel contesto di Santiago del Cile, in particolare nei territori di Puente Alto e La Pintana, luoghi in cui le dinamiche di espansione urbana, infrastrutturazione e segregazione sociale si rendono leggibili con chiarezza quasi brutale. L’eliminazione dei limiti urbani, l’apertura a estese aree di espansione, la logica neoliberale che ha guidato lo sviluppo metropolitano dagli anni Novanta in avanti hanno prodotto una dissoluzione dei confini e, insieme, una nuova forma di frammentazione. In questo scenario, la periferia non è più eccezione ma condizione ordinaria dell’abitare contemporaneo, in cui le grandi infrastrutture diventano elementi di frattura: l’Acceso Sur, arteria che connette Santiago alla Ruta 5, che attraversa tutto il Cile, non è soltanto un dispositivo di mobilità ma una linea di separazione fisica e simbolica che attraversa territori socialmente fragili, segnando una cesura tra comunas già storicamente in conflitto. L’architettura, in questo contesto, non può essere neutrale. A scala barriale, attraverso rilievi, fotografie, schizzi e letture critiche del vissuto, la tesi mette alla prova le categorie teoriche. La maglia ortogonale regolare, derivata da programmi di edilizia sociale, conserva una sua leggibilità formale, tuttavia, lo scarto tra disegno originario e trasformazione incrementale racconta una storia diversa. Recinzioni, ampliamenti, tettoie, chiusure, appropriazioni progressive del suolo rivelano una tensione continua tra progetto e vita, tra norma e necessità, tra forma imposta e uso quotidiano. Dentro questa tensione emerge la feria libre, ovvero il mercato, talvolta informale, come dispositivo urbano capace di attivare la memoria collettiva, che però è effimera. Si tratta di un episodio che interrompe la serialità, che introduce densità relazionale laddove l’impianto urbano appare ripetitivo. In questo senso, diventa indizio di una possibile «modernità appropriata», che non cancella il margine ma lo assume come campo di progetto. Il riferimento ad Aldo Rossi attraversa l’intero lavoro come fondamento teorico e come punto di ripartenza. La città come fatto collettivo, la permanenza delle forme, la memoria urbana come struttura resistente al tempo offrono una chiave per leggere anche le periferie sudamericane. Se la città è costruzione lenta di significati condivisi, allora anche la periferia, che vede grandi contraddizioni e che è spesso considerata priva di storia, contiene tracce, permanenze, elementi tipologici capaci di strutturare l’esperienza. È possibile riconoscere nelle periferie sudamericane contemporanee dei fatti urbani? Esistono elementi che, pur nella precarietà, assumono valore di permanenza? La tesi, quindi, si interroga su più livelli: in che modo l’architettura può porsi di fronte a territori disgregati e contraddetti senza cadere nella retorica della rigenerazione? È possibile ripensare la periferia non come problema da risolvere ma come condizione paradigmatica da comprendere? Quale ruolo possono avere infrastrutture, spazi pubblici, dispositivi collettivi nel trasformare fratture in occasioni di relazione? E ancora, come tenere insieme la scala metropolitana e quella barriale, la dimensione strutturale e quella quotidiana? L’esperienza diretta sul campo, durante il periodo di mobilità in Cile, non è semplice cornice autobiografica ma parte integrante dell’indagine, per cui l’esperienza di quei luoghi ha fatto emergere domande prima ancora che risposte. La periferia, osservata da lontano come categoria teorica, si è rivelata da vicino come esperienza concreta fatta di conflitti, adattamenti, pratiche di sopravvivenza e forme inattese di comunità. Non si intendono dare soluzioni definitive ma aprire un campo di interrogativi, partendo dal fatto che la periferia disegna il centro, dunque comprendere il margine significa comprendere la città nel suo insieme. La sfida è abitare diversamente questo margine, riconoscerne le potenzialità latenti e leggerne le contraddizioni senza semplificarle.

Centrar margenes : trazar memorias

Righino, Irene Maria
2024/2025

Abstract

The periphery, in contemporary architectural and urban debate, is no longer merely a geographical condition but a critical category. Starting from the periphery as a margin that outlines the center and at the same time calls it into question, design categories themselves are interrogated. If, etymologically, what is “around” contributes to defining what is “inside,” then what happens when the margin becomes the prevailing condition of the city? Is it still possible to speak of center and periphery as distinct poles, or are we instead faced with a diffuse, fragmented field in which the periphery becomes the paradigm? The investigation is set in the context of Santiago de Chile, particularly in the territories of Puente Alto and La Pintana, places where the dynamics of urban expansion, infrastructural development, and social segregation become legible with almost brutal clarity. The elimination of urban boundaries, the opening of vast expansion areas, and the neoliberal logic that has guided metropolitan development since the 1990s have produced a dissolution of limits and, at the same time, a new form of fragmentation. In this scenario, the periphery is no longer an exception but the ordinary condition of contemporary dwelling, where major infrastructures become elements of fracture, the Acceso Sur, the arterial road connecting Santiago to Route 5, which runs the entire length of Chile, is not merely a device of mobility but a line of physical and symbolic separation that cuts through socially fragile territories, marking a rupture between comunas already historically in conflict. In this context, architecture cannot be neutral. At the neighborhood scale, through surveys, photographs, sketches, and critical readings of lived experience, the thesis tests its theoretical categories. The regular orthogonal grid, derived from social housing programs, retains a certain formal legibility, however, the gap between the original design and incremental transformation tells a different story. Fences, extensions, canopies, closures, and progressive appropriations of land reveal a continuous tension between project and life, between norm and necessity, between imposed form and everyday use. Within this tension emerges the feria libre, the market, sometimes informal, as an urban device capable of activating collective memory, even if ephemeral. It is an episode that interrupts seriality, introducing relational density where the urban fabric appears repetitive. In this sense, it becomes a sign of a possible “appropriate modernity,” one that does not erase the margin but assumes it as a field of design. The reference to Aldo Rossi runs throughout the work as a theoretical foundation and point of departure. The city as a collective artifact, the permanence of forms, urban memory as a structure resistant to time offer a key to reading South American peripheries as well. If the city is the slow construction of shared meanings, then the periphery too, marked by deep contradictions and often considered devoid of history, contains traces, permanences, and typological elements capable of structuring experience. Is it possible to recognize urban facts within contemporary South American peripheries? Are there elements which, despite their precariousness, acquire the value of permanence? The thesis therefore operates on multiple levels, how can architecture position itself in the face of fragmented and contradictory territories without falling into the rhetoric of regeneration? Is it possible to rethink the periphery not as a problem to be solved but as a paradigmatic condition to be understood? What role can infrastructures, public spaces, and collective devices play in transforming fractures into opportunities for relation? And further, how can the metropolitan and neighborhood scales, the structural and the everyday dimensions, be held together? The direct field experience during the period of mobility in Chile is not merely an autobiographical frame but an integral part of the research, inhabiting those places brought forth questions even before answers. The periphery, observed from afar as a theoretical category, revealed itself up close as a concrete experience made of conflicts, adaptations, survival practices, and unexpected forms of community. The aim is not to provide definitive solutions but to open a field of inquiry, starting from the premise that the periphery outlines the center, thus, understanding the margin means understanding the city as a whole. The challenge is to inhabit this margin differently, to recognize its latent potentials, and to read its contradictions without simplifying them.
ARC I - Scuola di Architettura Urbanistica Ingegneria delle Costruzioni
26-mar-2026
2024/2025
La periferia, nel dibattito architettonico e urbano contemporaneo, non è più soltanto una condizione geografica ma una categoria critica. A partire dalla periferia come margine che disegna il centro e allo stesso tempo lo mette in discussione vengono interrogate le categorie progettuali. Se etimologicamente ciò che è “intorno” contribuisce a definire ciò che è “dentro”, allora che cosa accade quando il margine diventa la condizione prevalente della città? È ancora possibile parlare di centro e periferia come poli distinti o si è di fronte a un campo diffuso, frammentato, dove la periferia diventa paradigma? L’indagine si colloca nel contesto di Santiago del Cile, in particolare nei territori di Puente Alto e La Pintana, luoghi in cui le dinamiche di espansione urbana, infrastrutturazione e segregazione sociale si rendono leggibili con chiarezza quasi brutale. L’eliminazione dei limiti urbani, l’apertura a estese aree di espansione, la logica neoliberale che ha guidato lo sviluppo metropolitano dagli anni Novanta in avanti hanno prodotto una dissoluzione dei confini e, insieme, una nuova forma di frammentazione. In questo scenario, la periferia non è più eccezione ma condizione ordinaria dell’abitare contemporaneo, in cui le grandi infrastrutture diventano elementi di frattura: l’Acceso Sur, arteria che connette Santiago alla Ruta 5, che attraversa tutto il Cile, non è soltanto un dispositivo di mobilità ma una linea di separazione fisica e simbolica che attraversa territori socialmente fragili, segnando una cesura tra comunas già storicamente in conflitto. L’architettura, in questo contesto, non può essere neutrale. A scala barriale, attraverso rilievi, fotografie, schizzi e letture critiche del vissuto, la tesi mette alla prova le categorie teoriche. La maglia ortogonale regolare, derivata da programmi di edilizia sociale, conserva una sua leggibilità formale, tuttavia, lo scarto tra disegno originario e trasformazione incrementale racconta una storia diversa. Recinzioni, ampliamenti, tettoie, chiusure, appropriazioni progressive del suolo rivelano una tensione continua tra progetto e vita, tra norma e necessità, tra forma imposta e uso quotidiano. Dentro questa tensione emerge la feria libre, ovvero il mercato, talvolta informale, come dispositivo urbano capace di attivare la memoria collettiva, che però è effimera. Si tratta di un episodio che interrompe la serialità, che introduce densità relazionale laddove l’impianto urbano appare ripetitivo. In questo senso, diventa indizio di una possibile «modernità appropriata», che non cancella il margine ma lo assume come campo di progetto. Il riferimento ad Aldo Rossi attraversa l’intero lavoro come fondamento teorico e come punto di ripartenza. La città come fatto collettivo, la permanenza delle forme, la memoria urbana come struttura resistente al tempo offrono una chiave per leggere anche le periferie sudamericane. Se la città è costruzione lenta di significati condivisi, allora anche la periferia, che vede grandi contraddizioni e che è spesso considerata priva di storia, contiene tracce, permanenze, elementi tipologici capaci di strutturare l’esperienza. È possibile riconoscere nelle periferie sudamericane contemporanee dei fatti urbani? Esistono elementi che, pur nella precarietà, assumono valore di permanenza? La tesi, quindi, si interroga su più livelli: in che modo l’architettura può porsi di fronte a territori disgregati e contraddetti senza cadere nella retorica della rigenerazione? È possibile ripensare la periferia non come problema da risolvere ma come condizione paradigmatica da comprendere? Quale ruolo possono avere infrastrutture, spazi pubblici, dispositivi collettivi nel trasformare fratture in occasioni di relazione? E ancora, come tenere insieme la scala metropolitana e quella barriale, la dimensione strutturale e quella quotidiana? L’esperienza diretta sul campo, durante il periodo di mobilità in Cile, non è semplice cornice autobiografica ma parte integrante dell’indagine, per cui l’esperienza di quei luoghi ha fatto emergere domande prima ancora che risposte. La periferia, osservata da lontano come categoria teorica, si è rivelata da vicino come esperienza concreta fatta di conflitti, adattamenti, pratiche di sopravvivenza e forme inattese di comunità. Non si intendono dare soluzioni definitive ma aprire un campo di interrogativi, partendo dal fatto che la periferia disegna il centro, dunque comprendere il margine significa comprendere la città nel suo insieme. La sfida è abitare diversamente questo margine, riconoscerne le potenzialità latenti e leggerne le contraddizioni senza semplificarle.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/10589/253615