In an era marked by a persistent demand for climate neutrality and a post-pandemic landscape, the city of today grapples with a dual crisis. One is the rapid urbanization and economic shifts that are fueling an unprecedented housing deficit, creating systemic unaffordability, while the other is the cumulative carbon debt largely generated by the built environment through excessive use of energy. A post-growth perspective recognizes that these emergencies are deeply interconnected, and resolves that the demolition-and-new- construction approach is no longer viable. Adaptive Reuse (AR), in that course, emerges as a critical sociopolitical mechanism capable of addressing both of them simultaneously, retaining the embodied carbon of stranded assets, and reproducing spaces for affordable and accessible housing. However, this requires a different approach to reuse beyond the mere technical challenge of preservation, specifically because the realization of a socio-ecological value is not an inherent trait of adaptive reuse. This necessitates framing it as a continuous process of “translation” and “occupation,” while considering the vacancy of a stranded asset as a “functional suspension” period, where the building’s social significance is renegotiated. Consequently, adaptive reuse becomes a governance challenge, raising questions about the systemic barriers facing this practice, whether it contributes to affordability or diminishes it, and how policy can mobilize stranded assets to provide affordable housing. This study, therefore, identifies systemic barriers to adaptive reuse within the regulatory, economic, and social domains. Investigating four European cases with different governance models, the research emphasizes that providing financially affordable housing might come at the cost of other non-financial barriers, proving the indispensability of an integrated policy framework that guides intervention through mechanisms to be deployed across three chronological, legally binding phases: de-risking the project, securing its viability, and ensuring it delivers equity & value. Operationalizing this framework depends on the local conditions, architectural rigidities, and specific community contexts, which naturally dictate varying outcomes; therefore, it should be understood as part of an incremental and integrated process toward a post-growth paradigm.

In un’epoca segnata da una persistente domanda di neutralità climatica e da un panorama post-pandemico, la città di oggi è alle prese con una duplice crisi. Da un lato, la rapida urbanizzazione e i cambiamenti economici stanno alimentando un deficit abitativo senza precedenti, creando inabbordabilità sistemica, mentre dall’altro vi è il debito di carbonio cumulativo in gran parte generato dall’ambiente costruito attraverso un uso eccessivo di energia. Una prospettiva post-growth riconosce che queste emergenze sono profondamente interconnesse, e stabilisce che l’approccio demolizione-e-nuova-costruzione non è più praticabile. L’Adaptive Reuse (AR), in questo percorso, emerge come un meccanismo sociopolitico critico capace di affrontarle entrambe simultaneamente, conservando il carbonio incorporato degli asset dismessi e riproducendo spazi per alloggi abbordabili e accessibili. Tuttavia, questo richiede un approccio diverso al riuso oltre la mera sfida tecnica della conservazione, specificamente perché la realizzazione di un valore socio-ecologico non è un tratto intrinseco dell’adaptive reuse. Ciò rende necessario inquadrarlo come un processo continuo di “translation” e “occupation”, pur considerando lo stato di inutilizzo di un asset dismesso come un periodo di “functional suspension”, dove il significato sociale dell’edificio è rinegoziato. Di conseguenza, l’adaptive reuse diventa una sfida di governance, sollevando interrogativi sulle barriere sistemiche che ostacolano questa pratica, se contribuisca all’abbordabilità o la diminuisca, e come la politica possa mobilitare gli asset dismessi per fornire alloggi abbordabili. Questo studio, pertanto, identifica barriere sistemiche all’adaptive reuse all’interno dei domini: normativo, economico e sociale. Indagando quattro casi europei con diversi modelli di governance, la ricerca enfatizza che fornire alloggi finanziariamente accessibili potrebbe avvenire a costo di altre barriere non finanziarie, provando l’indispensabilità di un quadro politico integrato che guidi l’intervento attraverso meccanismi da implementare attraverso tre fasi cronologiche e legalmente vincolanti: de-risking del progetto, assicurarne la fattibilità, e garantire che fornisca equità e valore. Rendere operativo questo quadro dipende dalle condizioni locali, dalle rigidità architettoniche, e dagli specifici contesti comunitari, il che naturalmente determina risultati variabili, pertanto, dovrebbe essere inteso come parte di un processo incrementale e integrato verso un paradigma post-growth.

Mobilizing stranded assets : a policy framework for affordable housing

Ahmed Abdelrahim Mohammed Khair Abdelrahim
2025/2026

Abstract

In an era marked by a persistent demand for climate neutrality and a post-pandemic landscape, the city of today grapples with a dual crisis. One is the rapid urbanization and economic shifts that are fueling an unprecedented housing deficit, creating systemic unaffordability, while the other is the cumulative carbon debt largely generated by the built environment through excessive use of energy. A post-growth perspective recognizes that these emergencies are deeply interconnected, and resolves that the demolition-and-new- construction approach is no longer viable. Adaptive Reuse (AR), in that course, emerges as a critical sociopolitical mechanism capable of addressing both of them simultaneously, retaining the embodied carbon of stranded assets, and reproducing spaces for affordable and accessible housing. However, this requires a different approach to reuse beyond the mere technical challenge of preservation, specifically because the realization of a socio-ecological value is not an inherent trait of adaptive reuse. This necessitates framing it as a continuous process of “translation” and “occupation,” while considering the vacancy of a stranded asset as a “functional suspension” period, where the building’s social significance is renegotiated. Consequently, adaptive reuse becomes a governance challenge, raising questions about the systemic barriers facing this practice, whether it contributes to affordability or diminishes it, and how policy can mobilize stranded assets to provide affordable housing. This study, therefore, identifies systemic barriers to adaptive reuse within the regulatory, economic, and social domains. Investigating four European cases with different governance models, the research emphasizes that providing financially affordable housing might come at the cost of other non-financial barriers, proving the indispensability of an integrated policy framework that guides intervention through mechanisms to be deployed across three chronological, legally binding phases: de-risking the project, securing its viability, and ensuring it delivers equity & value. Operationalizing this framework depends on the local conditions, architectural rigidities, and specific community contexts, which naturally dictate varying outcomes; therefore, it should be understood as part of an incremental and integrated process toward a post-growth paradigm.
ARC I - Scuola di Architettura Urbanistica Ingegneria delle Costruzioni
22-lug-2026
2025/2026
In un’epoca segnata da una persistente domanda di neutralità climatica e da un panorama post-pandemico, la città di oggi è alle prese con una duplice crisi. Da un lato, la rapida urbanizzazione e i cambiamenti economici stanno alimentando un deficit abitativo senza precedenti, creando inabbordabilità sistemica, mentre dall’altro vi è il debito di carbonio cumulativo in gran parte generato dall’ambiente costruito attraverso un uso eccessivo di energia. Una prospettiva post-growth riconosce che queste emergenze sono profondamente interconnesse, e stabilisce che l’approccio demolizione-e-nuova-costruzione non è più praticabile. L’Adaptive Reuse (AR), in questo percorso, emerge come un meccanismo sociopolitico critico capace di affrontarle entrambe simultaneamente, conservando il carbonio incorporato degli asset dismessi e riproducendo spazi per alloggi abbordabili e accessibili. Tuttavia, questo richiede un approccio diverso al riuso oltre la mera sfida tecnica della conservazione, specificamente perché la realizzazione di un valore socio-ecologico non è un tratto intrinseco dell’adaptive reuse. Ciò rende necessario inquadrarlo come un processo continuo di “translation” e “occupation”, pur considerando lo stato di inutilizzo di un asset dismesso come un periodo di “functional suspension”, dove il significato sociale dell’edificio è rinegoziato. Di conseguenza, l’adaptive reuse diventa una sfida di governance, sollevando interrogativi sulle barriere sistemiche che ostacolano questa pratica, se contribuisca all’abbordabilità o la diminuisca, e come la politica possa mobilitare gli asset dismessi per fornire alloggi abbordabili. Questo studio, pertanto, identifica barriere sistemiche all’adaptive reuse all’interno dei domini: normativo, economico e sociale. Indagando quattro casi europei con diversi modelli di governance, la ricerca enfatizza che fornire alloggi finanziariamente accessibili potrebbe avvenire a costo di altre barriere non finanziarie, provando l’indispensabilità di un quadro politico integrato che guidi l’intervento attraverso meccanismi da implementare attraverso tre fasi cronologiche e legalmente vincolanti: de-risking del progetto, assicurarne la fattibilità, e garantire che fornisca equità e valore. Rendere operativo questo quadro dipende dalle condizioni locali, dalle rigidità architettoniche, e dagli specifici contesti comunitari, il che naturalmente determina risultati variabili, pertanto, dovrebbe essere inteso come parte di un processo incrementale e integrato verso un paradigma post-growth.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/10589/259989