Domesticity is commonly associated with the home, understood as a place of privacy, autonomy, identity, and belonging. Yet many people spend significant portions of their lives in environments that are not designed to be homes. Among these, prisons represent one of the most extreme examples of non-domestic living, where architecture, institutional control, and daily routines profoundly shape individual experience. This thesis investigates the relationship between architecture, domesticity, and dwelling through the study of prisons and other forms of non-domestic environments. Drawing on theories of domesticity and habitation, the research explores how people inhabit spaces characterized by restriction, surveillance, and limited personal agency. While the home is traditionally considered the primary site of dwelling, this work asks what happens when dwelling must take place in environments that lack the fundamental qualities of domestic life. The prison constitutes the central focus of the research. Through the analysis of historical prison typologies, contemporary case studies such as Bollate and Halden, architectural drawings, institutional regulations, and interviews with professionals and individuals connected to the prison environment, the thesis examines how spatial organization influences everyday life behind bars. The study reveals how prison architecture not only contains bodies but also structures social relations, behaviours, routines, and perceptions of self. Hospitals and temporary refugee camps are introduced as additional examples of non-domestic environments in which individuals are required to live, often for prolonged periods of time. Although these spaces differ in purpose and degree of control, they share with prisons a fundamental condition: they are environments intended for functions other than dwelling, yet they inevitably become places of everyday life. The thesis argues that genuine domesticity cannot be fully achieved within such institutional settings. Privacy, autonomy, permanence, and personal control remain limited by architectural and organizational constraints. Nevertheless, the human need to dwell persists. Individuals continuously attempt to adapt, personalize, and appropriate their surroundings, transforming anonymous spaces into places capable of supporting identity and everyday practices. By examining prisons as the most explicit manifestation of non-domestic living, this research highlights the decisive role of architecture in shaping human experience and exposes the paradox of inhabiting spaces that can never truly become domestic, yet must still be lived in.

La domesticità è comunemente associata alla casa, intesa come luogo di privacy, autonomia, identità e appartenenza. Tuttavia, molte persone trascorrono una parte significativa della propria vita in ambienti che non sono progettati per essere delle case. Tra questi, le carceri rappresentano uno degli esempi più estremi di abitare non domestico, in cui l’architettura, il controllo istituzionale e le routine quotidiane plasmano profondamente l’esperienza individuale. Questa tesi indaga il rapporto tra architettura, domesticità e abitare attraverso lo studio delle carceri e di altre forme di ambienti non domestici. Basandosi sulle teorie della domesticità e dell’abitare, la ricerca esplora il modo in cui le persone vivono spazi caratterizzati da restrizione, sorveglianza e limitata capacità di azione individuale. Se la casa è tradizionalmente considerata il luogo privilegiato dell’abitare, questo lavoro si interroga su cosa accada quando l’abitare deve svolgersi in ambienti privi delle qualità fondamentali della vita domestica. La prigione costituisce il fulcro della ricerca. Attraverso l’analisi delle tipologie carcerarie storiche, di casi studio contemporanei come Bollate e Halden, di disegni architettonici, regolamenti istituzionali e interviste a professionisti e persone legate all’ambiente penitenziario, la tesi esamina come l’organizzazione dello spazio influenzi la vita quotidiana all’interno delle mura carcerarie. Lo studio mostra come l’architettura della prigione non si limiti a contenere i corpi, ma strutturi anche le relazioni sociali, i comportamenti, le routine e la percezione di sé. Ospedali e campi profughi temporanei vengono introdotti come ulteriori esempi di ambienti non domestici nei quali gli individui sono chiamati a vivere, spesso per periodi prolungati. Sebbene questi spazi differiscano per finalità e grado di controllo, condividono con le carceri una condizione fondamentale: sono ambienti progettati per funzioni diverse dall’abitare, ma che inevitabilmente diventano luoghi della vita quotidiana. La tesi sostiene che una vera domesticità non possa essere pienamente raggiunta all’interno di questi contesti istituzionali. Privacy, autonomia, permanenza e controllo personale dello spazio rimangono infatti limitati da vincoli architettonici e organizzativi. Ciononostante, il bisogno umano di abitare persiste. Gli individui tentano continuamente di adattare, personalizzare e appropriarsi dell’ambiente circostante, trasformando spazi anonimi in luoghi capaci di sostenere l’identità e le pratiche della vita quotidiana. Esaminando le carceri come manifestazione più esplicita dell’abitare non domestico, questa ricerca mette in luce il ruolo determinante dell’architettura nel modellare l’esperienza umana e rivela il paradosso dell’abitare spazi che non possono mai diventare realmente domestici, ma che devono comunque essere vissuti.

Inhabiting beyond domesticity : the prisons paradox

Carallo, Alessandra
2025/2026

Abstract

Domesticity is commonly associated with the home, understood as a place of privacy, autonomy, identity, and belonging. Yet many people spend significant portions of their lives in environments that are not designed to be homes. Among these, prisons represent one of the most extreme examples of non-domestic living, where architecture, institutional control, and daily routines profoundly shape individual experience. This thesis investigates the relationship between architecture, domesticity, and dwelling through the study of prisons and other forms of non-domestic environments. Drawing on theories of domesticity and habitation, the research explores how people inhabit spaces characterized by restriction, surveillance, and limited personal agency. While the home is traditionally considered the primary site of dwelling, this work asks what happens when dwelling must take place in environments that lack the fundamental qualities of domestic life. The prison constitutes the central focus of the research. Through the analysis of historical prison typologies, contemporary case studies such as Bollate and Halden, architectural drawings, institutional regulations, and interviews with professionals and individuals connected to the prison environment, the thesis examines how spatial organization influences everyday life behind bars. The study reveals how prison architecture not only contains bodies but also structures social relations, behaviours, routines, and perceptions of self. Hospitals and temporary refugee camps are introduced as additional examples of non-domestic environments in which individuals are required to live, often for prolonged periods of time. Although these spaces differ in purpose and degree of control, they share with prisons a fundamental condition: they are environments intended for functions other than dwelling, yet they inevitably become places of everyday life. The thesis argues that genuine domesticity cannot be fully achieved within such institutional settings. Privacy, autonomy, permanence, and personal control remain limited by architectural and organizational constraints. Nevertheless, the human need to dwell persists. Individuals continuously attempt to adapt, personalize, and appropriate their surroundings, transforming anonymous spaces into places capable of supporting identity and everyday practices. By examining prisons as the most explicit manifestation of non-domestic living, this research highlights the decisive role of architecture in shaping human experience and exposes the paradox of inhabiting spaces that can never truly become domestic, yet must still be lived in.
ARC I - Scuola di Architettura Urbanistica Ingegneria delle Costruzioni
22-lug-2026
2025/2026
La domesticità è comunemente associata alla casa, intesa come luogo di privacy, autonomia, identità e appartenenza. Tuttavia, molte persone trascorrono una parte significativa della propria vita in ambienti che non sono progettati per essere delle case. Tra questi, le carceri rappresentano uno degli esempi più estremi di abitare non domestico, in cui l’architettura, il controllo istituzionale e le routine quotidiane plasmano profondamente l’esperienza individuale. Questa tesi indaga il rapporto tra architettura, domesticità e abitare attraverso lo studio delle carceri e di altre forme di ambienti non domestici. Basandosi sulle teorie della domesticità e dell’abitare, la ricerca esplora il modo in cui le persone vivono spazi caratterizzati da restrizione, sorveglianza e limitata capacità di azione individuale. Se la casa è tradizionalmente considerata il luogo privilegiato dell’abitare, questo lavoro si interroga su cosa accada quando l’abitare deve svolgersi in ambienti privi delle qualità fondamentali della vita domestica. La prigione costituisce il fulcro della ricerca. Attraverso l’analisi delle tipologie carcerarie storiche, di casi studio contemporanei come Bollate e Halden, di disegni architettonici, regolamenti istituzionali e interviste a professionisti e persone legate all’ambiente penitenziario, la tesi esamina come l’organizzazione dello spazio influenzi la vita quotidiana all’interno delle mura carcerarie. Lo studio mostra come l’architettura della prigione non si limiti a contenere i corpi, ma strutturi anche le relazioni sociali, i comportamenti, le routine e la percezione di sé. Ospedali e campi profughi temporanei vengono introdotti come ulteriori esempi di ambienti non domestici nei quali gli individui sono chiamati a vivere, spesso per periodi prolungati. Sebbene questi spazi differiscano per finalità e grado di controllo, condividono con le carceri una condizione fondamentale: sono ambienti progettati per funzioni diverse dall’abitare, ma che inevitabilmente diventano luoghi della vita quotidiana. La tesi sostiene che una vera domesticità non possa essere pienamente raggiunta all’interno di questi contesti istituzionali. Privacy, autonomia, permanenza e controllo personale dello spazio rimangono infatti limitati da vincoli architettonici e organizzativi. Ciononostante, il bisogno umano di abitare persiste. Gli individui tentano continuamente di adattare, personalizzare e appropriarsi dell’ambiente circostante, trasformando spazi anonimi in luoghi capaci di sostenere l’identità e le pratiche della vita quotidiana. Esaminando le carceri come manifestazione più esplicita dell’abitare non domestico, questa ricerca mette in luce il ruolo determinante dell’architettura nel modellare l’esperienza umana e rivela il paradosso dell’abitare spazi che non possono mai diventare realmente domestici, ma che devono comunque essere vissuti.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/10589/260852