Free time, defined in opposition to the working time from which it takes its shape and meaning, established itself in the postwar years as one of the decisive dimensions of collective life: no longer the residue of the productive day, but an autonomous space to be inhabited, organized, and designed. In the Milan of the economic boom – a factory-city crossed by migration and by the rapid expansion of its working-class outskirts – this need found an answer in the spaces of the dopolavoro: company clubs, recreational halls, railway workers' clubs, bowling greens, summer colonies. These functioned as stable strongholds of sociability, intermediate between home and factory. The research analyzes these spaces and the practices that animated them, bringing to light a recurring and as-yet-unexamined trait: settings often not built for that purpose, but reconverted, inherited, and readapted from an earlier era. The republican dopolavoro was not, in fact, an invention but a transformation: the structures of the Fascist Opera Nazionale Dopolavoro were taken over by ENAL and later by the CRAL, shedding their ideological framework while retaining spaces, customs, and practices. There thus emerges the need to render this transformed continuity legible – both spatially and argumentatively – through an act of design. The exhibition project is set in the Magazzini Raccordati of Milan's Central Station, today the home of Dropcity, a centre for architecture and design: vaulted masonry tunnels, long and narrow spaces, lit almost entirely by artificial light. The choice of site is not analogical but historical – among these very spaces stood the seat of the Dopolavoro Ferroviario – making the container itself an argument of the exhibition. In this sense, the installation does not merely host the spaces of the dopolavoro: it repeats their founding gesture, withdrawing a space from productive logic in order to return it to collective life.

Il tempo libero, contrapposto al tempo del lavoro da cui prende forma e significato, si afferma nel secondo dopoguerra come una delle dimensioni decisive della vita collettiva: non più residuo della giornata produttiva, ma spazio autonomo da abitare, organizzare e progettare. Nella Milano del boom economico, città-fabbrica attraversata da migrazioni e da una rapida espansione delle periferie operaie, questo bisogno trova risposta nei luoghi del dopolavoro – circoli aziendali, sedi ricreative, dopolavoro ferroviari, bocciofile, colonie – che si configurano come presìdi stabili della socialità, intermedi tra la casa e lo stabilimento. La ricerca conduce un'analisi di questi spazi e delle pratiche che li animano, evidenziandone una natura ricorrente e da chiarire: ambienti spesso non nati per quella funzione, ma riconvertiti, ereditati e riadattati da una stagione precedente. Il dopolavoro repubblicano non è infatti un'invenzione, ma una trasformazione: le strutture dell'Opera Nazionale Dopolavoro fascista vengono raccolte dall'ENAL e poi dai CRAL, abbandonando l'impianto ideologico ma conservando spazi, consuetudini e pratiche. Avanza, quindi, la necessità di restituire questa continuità trasformata attraverso un'azione progettuale che la renda spazialmente e argomentativamente leggibile. Il progetto di allestimento si colloca nei Magazzini Raccordati della Stazione Centrale di Milano, oggi sede di Dropcity, centro per l'architettura e il design: tunnel voltati in muratura, ambienti longitudinali e stretti, illuminati prevalentemente di luce artificiale. La scelta del luogo non è di ordine analogico ma storico – tra questi spazi aveva sede il Dopolavoro Ferroviario – e fa del contenitore stesso un argomento della mostra. In questo senso, l'allestimento non si limita ad ospitare i luoghi del dopolavoro: ne ripete il gesto fondativo, sottraendo uno spazio alla logica produttiva per restituirlo alla vita collettiva. Una mostra, quindi, dove il luogo non racconta il tempo libero, ma lo continua.

Fuori orario : il dopolavoro a Milano negli anni del boom

Cavalli, Benedetta
2025/2026

Abstract

Free time, defined in opposition to the working time from which it takes its shape and meaning, established itself in the postwar years as one of the decisive dimensions of collective life: no longer the residue of the productive day, but an autonomous space to be inhabited, organized, and designed. In the Milan of the economic boom – a factory-city crossed by migration and by the rapid expansion of its working-class outskirts – this need found an answer in the spaces of the dopolavoro: company clubs, recreational halls, railway workers' clubs, bowling greens, summer colonies. These functioned as stable strongholds of sociability, intermediate between home and factory. The research analyzes these spaces and the practices that animated them, bringing to light a recurring and as-yet-unexamined trait: settings often not built for that purpose, but reconverted, inherited, and readapted from an earlier era. The republican dopolavoro was not, in fact, an invention but a transformation: the structures of the Fascist Opera Nazionale Dopolavoro were taken over by ENAL and later by the CRAL, shedding their ideological framework while retaining spaces, customs, and practices. There thus emerges the need to render this transformed continuity legible – both spatially and argumentatively – through an act of design. The exhibition project is set in the Magazzini Raccordati of Milan's Central Station, today the home of Dropcity, a centre for architecture and design: vaulted masonry tunnels, long and narrow spaces, lit almost entirely by artificial light. The choice of site is not analogical but historical – among these very spaces stood the seat of the Dopolavoro Ferroviario – making the container itself an argument of the exhibition. In this sense, the installation does not merely host the spaces of the dopolavoro: it repeats their founding gesture, withdrawing a space from productive logic in order to return it to collective life.
ARC I - Scuola di Architettura Urbanistica Ingegneria delle Costruzioni
22-lug-2026
2025/2026
Il tempo libero, contrapposto al tempo del lavoro da cui prende forma e significato, si afferma nel secondo dopoguerra come una delle dimensioni decisive della vita collettiva: non più residuo della giornata produttiva, ma spazio autonomo da abitare, organizzare e progettare. Nella Milano del boom economico, città-fabbrica attraversata da migrazioni e da una rapida espansione delle periferie operaie, questo bisogno trova risposta nei luoghi del dopolavoro – circoli aziendali, sedi ricreative, dopolavoro ferroviari, bocciofile, colonie – che si configurano come presìdi stabili della socialità, intermedi tra la casa e lo stabilimento. La ricerca conduce un'analisi di questi spazi e delle pratiche che li animano, evidenziandone una natura ricorrente e da chiarire: ambienti spesso non nati per quella funzione, ma riconvertiti, ereditati e riadattati da una stagione precedente. Il dopolavoro repubblicano non è infatti un'invenzione, ma una trasformazione: le strutture dell'Opera Nazionale Dopolavoro fascista vengono raccolte dall'ENAL e poi dai CRAL, abbandonando l'impianto ideologico ma conservando spazi, consuetudini e pratiche. Avanza, quindi, la necessità di restituire questa continuità trasformata attraverso un'azione progettuale che la renda spazialmente e argomentativamente leggibile. Il progetto di allestimento si colloca nei Magazzini Raccordati della Stazione Centrale di Milano, oggi sede di Dropcity, centro per l'architettura e il design: tunnel voltati in muratura, ambienti longitudinali e stretti, illuminati prevalentemente di luce artificiale. La scelta del luogo non è di ordine analogico ma storico – tra questi spazi aveva sede il Dopolavoro Ferroviario – e fa del contenitore stesso un argomento della mostra. In questo senso, l'allestimento non si limita ad ospitare i luoghi del dopolavoro: ne ripete il gesto fondativo, sottraendo uno spazio alla logica produttiva per restituirlo alla vita collettiva. Una mostra, quindi, dove il luogo non racconta il tempo libero, ma lo continua.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/10589/260943