Temporary settlements established after urban crises such as natural disasters and forced displacement respond rapidly to the need for shelter yet often overlook the communal spaces that hold a community together. This research examines how this deficiency can be integrated into the design process, from the smallest unit to the urban scale. The study begins with a comparative review of temporary settlements built worldwide, which also grounds the fieldwork. Hatay/Antakya, among the cities most severely affected by the 2023 Türkiye-Syria earthquake, is the primary case, examined through on-site observation, a survey, and interviews with residents and professionals. The fieldwork reveals that residents themselves produce communal space through their own interventions, and that distributed small communal areas support community life more effectively than a single central one. Expected to serve as a temporary bridge, these settlements become permanent in practice, making the absence of communal spaces increasingly visible. These spaces are indispensable for adaptation, cohesion, and post-crisis recovery. The conclusion is that designing a temporary settlement means designing a city: not a mere shelter solution but a gradual reality involving the individual and the community. The research proposes a gradual, incremental approach across four phases, from emergency setup to long-term in¬tegration, and four spatial scales: unit, cluster, settlement, and neighborhood. It establishes an infrastructural backbone that anticipates growth, while remaining a framework where programme, communal content, and built density accumulate over time. Modular elements such as living units, micro common space units, and communal gardens allow the settlement to grow with its community rather than starting over in each phase. Here the designer shapes not the outcome but the capacity for change; the final form is produced by the community itself. Demonstrated through Antakya, the system offers a transferable model for different post-crisis contexts.

Gli insediamenti temporanei sorti dopo crisi urbane come catastrofi naturali e sfollamenti forzati rispondono rapidamente alla necessità di un riparo, ma spesso trascurano gli spazi comuni che tengono unita una comunità. Questa ricerca esamina come tale carenza possa essere integrata nel processo progettuale, dalla più piccola unità alla scala urbana. Lo studio prende avvio da un’analisi comparativa di insediamenti temporanei nel mondo, che fonda anche il lavoro sul campo. Hatay/Antakya, tra le città più colpite dal terremoto Türkiye-Siria del 2023, è il caso studio principale, esaminato tramite osservazione diretta, un questionario e interviste con residenti e professionisti. Il lavoro sul campo rivela che sono gli stessi residenti a produrre spazio comune con i propri interventi, e che spazi comuni piccoli e distribuiti sostengono la vita collettiva in modo più efficace di un unico spazio centrale. Concepiti come ponte temporaneo, questi insediamenti diventano di fatto permanenti, rendendo sempre più evidente l’assenza di spazi comuni. Tali spazi sono indispensabili per l’adattamento, la coesione e la ripresa dopo la crisi. La conclusione è che progettare un insediamento temporaneo significa progettare una città: non una mera soluzione abitativa, ma una realtà graduale che coinvolge l’individuo e la comunità. La ricerca propone un approccio graduale e incrementale articolato in quattro fasi, dall’allestimento emergenziale all’integrazione di lungo periodo, e in quattro scale spaziali: unità, cluster, insediamento e quartiere. Definisce una struttura infrastrutturale portante che anticipa la crescita, pur rimanendo un quadro in cui programma, contenuto degli spazi comuni e densità costruita si accumulano nel tempo. Elementi modulari come le unità abitative, le unità di micro spazio comune e i giardini comuni permettono all’insediamento di crescere con la propria comunità, anziché ricominciare a ogni fase. Qui il progettista non modella l’esito, ma la capacità di trasformazione; la forma finale è prodotta dalla comunità stessa. Dimostrato tramite il caso di Antakya, il sistema offre un modello trasferibile a diversi contesti post-crisi.

Temporary by Design, Permanent in Reality: Gradual Design for Temporary Settlements: Rethinking Communal Space in Urban Crisis Contexts

Cemaloglu, Yildiz
2025/2026

Abstract

Temporary settlements established after urban crises such as natural disasters and forced displacement respond rapidly to the need for shelter yet often overlook the communal spaces that hold a community together. This research examines how this deficiency can be integrated into the design process, from the smallest unit to the urban scale. The study begins with a comparative review of temporary settlements built worldwide, which also grounds the fieldwork. Hatay/Antakya, among the cities most severely affected by the 2023 Türkiye-Syria earthquake, is the primary case, examined through on-site observation, a survey, and interviews with residents and professionals. The fieldwork reveals that residents themselves produce communal space through their own interventions, and that distributed small communal areas support community life more effectively than a single central one. Expected to serve as a temporary bridge, these settlements become permanent in practice, making the absence of communal spaces increasingly visible. These spaces are indispensable for adaptation, cohesion, and post-crisis recovery. The conclusion is that designing a temporary settlement means designing a city: not a mere shelter solution but a gradual reality involving the individual and the community. The research proposes a gradual, incremental approach across four phases, from emergency setup to long-term in¬tegration, and four spatial scales: unit, cluster, settlement, and neighborhood. It establishes an infrastructural backbone that anticipates growth, while remaining a framework where programme, communal content, and built density accumulate over time. Modular elements such as living units, micro common space units, and communal gardens allow the settlement to grow with its community rather than starting over in each phase. Here the designer shapes not the outcome but the capacity for change; the final form is produced by the community itself. Demonstrated through Antakya, the system offers a transferable model for different post-crisis contexts.
ARC I - Scuola di Architettura Urbanistica Ingegneria delle Costruzioni
22-lug-2026
2025/2026
Gli insediamenti temporanei sorti dopo crisi urbane come catastrofi naturali e sfollamenti forzati rispondono rapidamente alla necessità di un riparo, ma spesso trascurano gli spazi comuni che tengono unita una comunità. Questa ricerca esamina come tale carenza possa essere integrata nel processo progettuale, dalla più piccola unità alla scala urbana. Lo studio prende avvio da un’analisi comparativa di insediamenti temporanei nel mondo, che fonda anche il lavoro sul campo. Hatay/Antakya, tra le città più colpite dal terremoto Türkiye-Siria del 2023, è il caso studio principale, esaminato tramite osservazione diretta, un questionario e interviste con residenti e professionisti. Il lavoro sul campo rivela che sono gli stessi residenti a produrre spazio comune con i propri interventi, e che spazi comuni piccoli e distribuiti sostengono la vita collettiva in modo più efficace di un unico spazio centrale. Concepiti come ponte temporaneo, questi insediamenti diventano di fatto permanenti, rendendo sempre più evidente l’assenza di spazi comuni. Tali spazi sono indispensabili per l’adattamento, la coesione e la ripresa dopo la crisi. La conclusione è che progettare un insediamento temporaneo significa progettare una città: non una mera soluzione abitativa, ma una realtà graduale che coinvolge l’individuo e la comunità. La ricerca propone un approccio graduale e incrementale articolato in quattro fasi, dall’allestimento emergenziale all’integrazione di lungo periodo, e in quattro scale spaziali: unità, cluster, insediamento e quartiere. Definisce una struttura infrastrutturale portante che anticipa la crescita, pur rimanendo un quadro in cui programma, contenuto degli spazi comuni e densità costruita si accumulano nel tempo. Elementi modulari come le unità abitative, le unità di micro spazio comune e i giardini comuni permettono all’insediamento di crescere con la propria comunità, anziché ricominciare a ogni fase. Qui il progettista non modella l’esito, ma la capacità di trasformazione; la forma finale è prodotta dalla comunità stessa. Dimostrato tramite il caso di Antakya, il sistema offre un modello trasferibile a diversi contesti post-crisi.
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