This thesis investigates how cinematic mise-en-scène can inform interior design as an operative spatial methodology. Rather than approaching film as a source of stylistic inspiration, the research examines mise-en-scène as a structured system that organizes bodies, surfaces, light, and duration within space. The study begins by tracing the historical and theoretical development of mise-en-scène and its five core components: setting, lighting, costume and make up, staging, and color. These elements are reinterpreted not as aesthetic categories but as spatial strategies that construct atmosphere. By connecting cinematic staging with architectural discussions on atmosphere and experiential design, the thesis argues that both disciplines actively shape perception through carefully constructed spatial conditions. The bathroom is selected as the primary focus of investigation. Although often treated as a purely functional service space in architectural practice, cinema repeatedly stages the bathroom as a site of vulnerability, confrontation, self-awareness, intimacy, exposure, and stillness. This contrast reveals the overlooked spatial potential of the bathroom and positions it as a focused environment in which staging strategies can be examined with clarity. Through a series of case studies, eight architectural elements including mirror, door, window, sink, shower, bathtub, WC, and floor are analyzed using four spatial criteria: camera space body relationship, spatial integrity, time construction, and material and light behavior. From these analyses, recurring spatial conditions are identified and reformulated as transferable design principles. The research ultimately proposes a shift from designing interiors as static containers toward consciously staging spatial experience. By reframing architectural elements as active devices that regulate perception, exposure, and duration, the thesis establishes a methodological bridge between cinema and spatial design.

Questa tesi indaga come la mise-en-scène cinematografica possa informare il design d’interni come metodologia spaziale operativa. Piuttosto che considerare il cinema come una semplice fonte di ispirazione stilistica, la ricerca analizza la mise-en-scène come un sistema strutturato capace di organizzare corpi, superfici, luce e durata all’interno dello spazio. Lo studio inizia tracciando lo sviluppo storico e teorico della mise-en-scène e dei suoi cinque componenti fondamentali: ambientazione, illuminazione, costume e trucco, messa in scena e colore. Questi elementi vengono reinterpretati non come categorie estetiche, ma come strategie spaziali in grado di costruire atmosfera. Mettendo in relazione la messa in scena cinematografica con il dibattito architettonico sull’atmosfera e sull’esperienza spaziale, la tesi sostiene che entrambe le discipline modellino attivamente la percezione attraverso condizioni spaziali attentamente costruite. Il bagno è stato scelto come principale ambito di indagine. Sebbene nella pratica architettonica venga spesso considerato uno spazio di servizio puramente funzionale, nel cinema il bagno è frequentemente messo in scena come luogo di vulnerabilità, confronto, autocoscienza, intimità, esposizione e immobilità. Questo contrasto rivela il potenziale spaziale spesso trascurato del bagno e lo definisce come un ambiente mirato in cui le strategie di messa in scena possono essere analizzate con chiarezza. Attraverso una serie di casi studio, otto elementi architettonici come specchio, porta, finestra, lavabo, doccia, vasca, WC e pavimento vengono analizzati secondo quattro criteri spaziali: relazione tra camera, spazio e corpo; integrità spaziale; costruzione del tempo; comportamento di materiali e luce. Da queste analisi emergono condizioni spaziali ricorrenti, riformulate come principi progettuali trasferibili. La ricerca propone infine un passaggio dal concepire gli interni come contenitori statici al considerarli come esperienze spaziali consapevolmente messe in scena. Ridefinendo gli elementi architettonici come dispositivi attivi che regolano percezione, esposizione e durata, la tesi stabilisce un ponte metodologico tra cinema e progettazione dello spazio.

Staging space: from cinematic mise-en-scène to spatial practice through the bathroom

Tas, Doga
2024/2025

Abstract

This thesis investigates how cinematic mise-en-scène can inform interior design as an operative spatial methodology. Rather than approaching film as a source of stylistic inspiration, the research examines mise-en-scène as a structured system that organizes bodies, surfaces, light, and duration within space. The study begins by tracing the historical and theoretical development of mise-en-scène and its five core components: setting, lighting, costume and make up, staging, and color. These elements are reinterpreted not as aesthetic categories but as spatial strategies that construct atmosphere. By connecting cinematic staging with architectural discussions on atmosphere and experiential design, the thesis argues that both disciplines actively shape perception through carefully constructed spatial conditions. The bathroom is selected as the primary focus of investigation. Although often treated as a purely functional service space in architectural practice, cinema repeatedly stages the bathroom as a site of vulnerability, confrontation, self-awareness, intimacy, exposure, and stillness. This contrast reveals the overlooked spatial potential of the bathroom and positions it as a focused environment in which staging strategies can be examined with clarity. Through a series of case studies, eight architectural elements including mirror, door, window, sink, shower, bathtub, WC, and floor are analyzed using four spatial criteria: camera space body relationship, spatial integrity, time construction, and material and light behavior. From these analyses, recurring spatial conditions are identified and reformulated as transferable design principles. The research ultimately proposes a shift from designing interiors as static containers toward consciously staging spatial experience. By reframing architectural elements as active devices that regulate perception, exposure, and duration, the thesis establishes a methodological bridge between cinema and spatial design.
ARC III - Scuola del Design
26-mar-2026
2024/2025
Questa tesi indaga come la mise-en-scène cinematografica possa informare il design d’interni come metodologia spaziale operativa. Piuttosto che considerare il cinema come una semplice fonte di ispirazione stilistica, la ricerca analizza la mise-en-scène come un sistema strutturato capace di organizzare corpi, superfici, luce e durata all’interno dello spazio. Lo studio inizia tracciando lo sviluppo storico e teorico della mise-en-scène e dei suoi cinque componenti fondamentali: ambientazione, illuminazione, costume e trucco, messa in scena e colore. Questi elementi vengono reinterpretati non come categorie estetiche, ma come strategie spaziali in grado di costruire atmosfera. Mettendo in relazione la messa in scena cinematografica con il dibattito architettonico sull’atmosfera e sull’esperienza spaziale, la tesi sostiene che entrambe le discipline modellino attivamente la percezione attraverso condizioni spaziali attentamente costruite. Il bagno è stato scelto come principale ambito di indagine. Sebbene nella pratica architettonica venga spesso considerato uno spazio di servizio puramente funzionale, nel cinema il bagno è frequentemente messo in scena come luogo di vulnerabilità, confronto, autocoscienza, intimità, esposizione e immobilità. Questo contrasto rivela il potenziale spaziale spesso trascurato del bagno e lo definisce come un ambiente mirato in cui le strategie di messa in scena possono essere analizzate con chiarezza. Attraverso una serie di casi studio, otto elementi architettonici come specchio, porta, finestra, lavabo, doccia, vasca, WC e pavimento vengono analizzati secondo quattro criteri spaziali: relazione tra camera, spazio e corpo; integrità spaziale; costruzione del tempo; comportamento di materiali e luce. Da queste analisi emergono condizioni spaziali ricorrenti, riformulate come principi progettuali trasferibili. La ricerca propone infine un passaggio dal concepire gli interni come contenitori statici al considerarli come esperienze spaziali consapevolmente messe in scena. Ridefinendo gli elementi architettonici come dispositivi attivi che regolano percezione, esposizione e durata, la tesi stabilisce un ponte metodologico tra cinema e progettazione dello spazio.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/10589/253015